Con la legge-delega Amato-Carli numero 218 del 1990 le vecchie casse di risparmio, che avevano fatto a lungo da motore e da fonte di sostegno per le famiglie e per il tessuto economico e produttivo di molti territori italiani, dovettero diventare società per azioni. Il pacchetto azionario fu provvisoriamente dato in mano a delle neocostituite fondazioni bancarie, che avrebbero dovuto collocare le azioni sul mercato, come in effetti avvenne. Fu un passaggio cruciale, che, di fatto, incominciò a rendere “scalabili” le storiche banche locali, poi man mano quasi tutte sparite a seguito delle operazioni di concentrazione, che hanno fatto nascere dei gruppi bancari sempre più grandi, alcuni di rilevanza internazionale. Peraltro, vendute le azioni, le fondazioni bancarie si ritrovarono nelle mani dei capitali molto consistenti, che statutariamente dovevano e devono servire a valorizzare, con spirito di sussidiarietà, le attività sociali, culturali e artistiche dei territori che erano stati di competenza delle ex casse di risparmio, ancorché la necessità di preservare e anzi ampliare le disponibilità economiche abbia spinto talora le fondazioni a fare imponenti investimenti finanziari e immobiliari, arrivando a condizionare le scelte urbanistiche di alcune città o la governance di grandi società bancarie e assicurative.
Ancorché un po’ pedante, la premessa credo fosse necessaria per spiegare il motivo per cui ho accolto con piacere l’invito a partecipare alla degustazione tecnica che ha fatto da presentazione della quinta edizione di Barolo en primeur, iniziativa che vede protagonisti, per fini solidaristici, da un lato una fondazione bancaria, ossia la Fondazione CRC (l’acronimo sta per Cassa di Risparmio di Cuneo), assieme alla Fondazione CRC Donare, che ne è figlia, e dall’altro un consorzio di tutela vinicolo, ossia il Consorzio Barolo e Barbaresco, o meglio, secondo la dizione integrale, il Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. È di spessore, quest’iniziativa, perché non si pone il solo fine, che sarebbe già di per sé ragguardevole, di fare della beneficenza, sovvenzionando progetti e iniziative di utilità sociale, ma riesce, al contempo, a proiettare il Barolo su una dimensione che vorrei definire “adulta”, rendendolo, in sostanza, l’unico vino italiano a denominazione di origine che abbia una propria asta di barrique da vendere “en primeur”, come ha la Borgogna, per collocarle a investitori e wine lover di tutto il mondo attraverso la bandizione da parte di una casa di prim’ordine quale Christie’s. L’esito è quasi sorprendente: lo scorso anno, si è raccolta e devoluta una cifra superiore al milione di euro. Insomma, Barolo en primeur dimostra come sia possibile conciliare, in maniera virtuosa, le attività solidali con la promozione economica, mettendo a duplice rendita l’idea della sussidiarietà, com’era nell’idea costitutiva delle fondazioni bancarie e com’era già prima nell’imprinting delle casse di risparmio. Ecco perché mi piace.
A dire il vero, Barolo en primeur mi piace anche per un altro motivo, ossia il vino. Infatti, ho potuto assaggiare i vini di quattro delle barrique del 2024 che andranno all’asta il 24 ottobre, comparati con otto vini delle due vendemmie precedenti, e li ho trovati molto buoni o addirittura eccellenti, e se solo avessi abbastanza denaro per farlo, all’asta parteciperei anch’io. Quelli assaggiati sono vini che vengono tutti dalla vigna Gustava, un appezzamento di quasi 4 ettari che si trova a ridosso del castello di Grinzane Cavour, già vitato quand’era di proprietà del conte Camillo Benso. Quella vigna venne acquista tempo fa dalla Fondazione CRC, la quale, per tirarci fuori del gran Barolo, ha coinvolto il Laboratorio Enosis Meraviglia di quello straordinario e visionario winemaker che è Donato Lanati. Tocca a Enosis Meraviglia condurre e coordinare l’intero percorso produttivo, sino all’affinamento in bottiglia.
Per farci il miglior Barolo possibile, il vigneto è stata suddiviso in più parcelle, tenendo conto delle esposizioni, dell’andamento del declivio e dell’età dei ceppi. Dei dodici vini che ho assaggiato, la mia preferenza, in linea generale, va a quelli ottenuti dall’uva delle vigne più vecchie, ma non è, a dire il vero, chissà quale sorpresa, perché il vino delle vigne vecchie mi piace quasi sempre un pochino di più, per via dei tannini, che trovo meglio definiti. Tuttavia, non ce n’è uno, di quei vini, che non berrei volentieri di nuovo, con mia sostanziale invidia nei confronti di chi li acquisti o li abbia acquistati. Peraltro, mi hanno favorevolmente colpito i vini della difficilissima e piovosissima annata 2024, che coniugano il tannino un po’ più graffiante e il profumo un po’ più sottile con una freschezza capace di garantire, a mio avviso, una bella longevità: mi aspetto evoluzioni negli ambiti sensoriali dell’eleganza. Credo che Dora Marchi, braccio destro di Lanati, abbia fatto un grande lavoro. Mi sbaglierò, perché non sono un barolista esperto, ma penso anzi che quelli del 2024 somiglino un po’ ai Barolo del 1996, che a suo tempo vennero in parte snobbati per via della minor sontuosità rispetto ai ’95 e ai ’97, ma che alla lunga a me hanno dato grosse soddisfazioni. Sta di fatto che quando, assaggiati i campioni, mi è sfuggito a mezza voce un semi sbalordito “ma sono buoni!”, il mio vicino di tavolo ha commentato con un “sono buoni sì”. Ora, essendo tale vicino Sergio Germano, che è presidente del consorzio del Barolo, la sua esclamazione potrebbe passare per un atto dovuto, senonché gli brillava lo sguardo, e io ci credo negli occhi della gente. Insomma, era convinto al pari mio, o meglio, lo ero io al pari suo.
Aggiungo che oltre alle botti di vigna Gustava, durante il prossimo Barolo en primeur andranno all’asta anche degli altri lotti “comunali”, che derivano dai vini offerti da vari vignaioli, e anche questa è, fuor di dubbio, una prova di maturità del mondo del Barolo, che mette il proprio frutto a fattor comune per uno scopo che fa bene a chi ne beneficerà direttamente e, insieme, anche al prestigio dell’intera denominazione.


