Toh, in zona Prosecco il rosé di pinot nero c’è dal 1880

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C’è chi sostiene che il Prosecco Rosé, da poco entrato a far parte del disciplinare della doc prosecchista, costituisca un oltraggio alla territorialità. Sinceramente, l’accusa non la capisco. Credo che sia necessario intendersi su quale sia il significato dell’identità di un vino, e certamente per il Prosecco non può valere la stessa idea che si applica alla quasi totalità degli altri vini, stante l’ampiezza enorme dell’area produttiva, che si estende quasi su due intere regioni. La domanda, insomma, è se il concetto dell’identità presupponga esclusivamente l’appartenenza a un luogo (che dev’essere per forza ristretto) o se possa anche derivare dalla corrispondenza a uno stile. Per me valgono entrambe le definizioni, e il Prosecco ha uno stile perfettamente definito e chi beve Prosecco sa esattamente quello che può e deve aspettarsi da un Prosecco, e gli va benissimo quel che ci trova, nel Prosecco, altrimenti questo vino non sarebbe salito fino a mezzo miliardo di bottiglie. Si obietterà che lo stile del Prosecco è improntato alla semplicità. Su questo concordo, ma ogni tanto ben venga la semplicità, vivaddio, in questa vita complicatissima. Ecco perché non comprendo i commenti sdegnati.

Qualcuno poi domanda perché sia stato scelto proprio il pinot nero per dare colore al Prosecco Rosé. Semplice, perché il pinot nero nel disciplinare del Prosecco c’era già, e lo si poteva già usare, vinificato in bianco, insieme con la glera, per fare il Prosecco. Di fatto è stata “solo” riconosciuta la sua vinificazione in rosso, visto che il pinot nero è un’uva rossa. Quanto all’obiezione che il pinot nero non sia un autoctono, be’, dico che sarebbe ora di piantarla, per favore, con questa storia, perché il pinot nero e anche i cabernet e i merlot, nel Veneto e nel Friuli Venezia Giulia ci sono almeno dalla seconda metà dell’Ottocento, documenti alla mano. Volete la prova, e una prova riferita proprio al territorio “storico” del Prosecco? Eccola qui. Nel 1903 uscì un libro di Salvatore Mondini che s’intitola “I vitigni stranieri da vino coltivati in Italia”. C’è scritto che “presso l’azienda del conte di Collalto, a Susegana, fin dal 1880 si coltivano i Pinots nero e bianco con buoni risultati. Le uve del Pinot nero sono vinificate in bianco, per ottenere vini rosati o completamente decolorati”. Rosati, dice proprio così, che a quell’epoca col pinot nero si facevano rosati, a Susegana, comune confinante con Conegliano, cuore dell’area del Prosecco, provincia di Treviso. Dal 1880 sono passati centoquarant’anni giusti giusti. Non basta?

A proposito, il libro del Mondini non occorre mica cercalo in lungo e in largo per poterlo leggere. Basta andare su Google Books e lo si trova scansionato, in pdf, praticissimo.


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