Viva il vinino, i neozelandesi alleggeriscono i rossi

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Non è mica facile avere dimestichezza con i vini della Nuova Zelanda, perché la Nuova Zelanda non sta mica lì dietro l’angolo e le sue bottiglie, a parte pochi nomi, non si trovano nelle enoteche qui da noi. Comunque, credo sia noto a tutti che i winemaker neozelandesi si sono fatti una certa e anche solida fama prima col Sauvignon e poi anche col Pinot Noir.

Tra le zone della Nuova Zelanda che hanno conosciuto di recente i maggiori (e più rapidi) picchi di notorietà c’è quella del Central Otago. Che è specializzata nel Pinot Nero. Solo che mentre il successo è arrivato tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo milennio grazie a una produzione che, come racconta la bravissima wine writer americana Elaine Chukan Brown sul suo Hawk Wakawaka Wine Reviews, inseguiva uno stile fruttatone e una certa struttura, “ora che l’età delle vigne e l’esperienza dei produttori sono aumentate, il Pinot del Central Otago ha sviluppato una più ampia gamma di stili” e “negli ultimi anni, uno dei cambiamenti chiave è quello che ha portato a ridurre e a ripensare l’estrazione nelle cantine”.

Eccoci qua, dunque, anche i neozelandesi hanno capito che il mondo non va più verso le concentrazioni e i muscoli, bensì verso la finezza. Certo, non è ancora una tendenza maggioritaria fra i bevitori del mondo, ma l’imperante, arrembante strapotere della corposità dei vini rossi sta lasciando il passo a vini più leggeri nel colore e nella struttura. Io li chiamavo i “vinini” e ne scrissi nel 2009 una sorta di “manifesto”. Sono contento di constatare che dopo quasi un decennio di strada ne è stata fatta tanta.


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