Viva il brett!

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Uno esclama: “Brett!”. La sorte del vino è segnata, destinato al lavandino, sottoposto a pubblico o privato ludibrio. Perché il vino “brettato” è macchiato d’infamia. In genere. Non per me. Non sempre. Non per forza.
Brett sta per Brettanomyces. Sono dei lieviti. Sono loro che danno al vino quel sentore di cavallo, di maneggio equestre, che fa storcere il naso a tutti. Sono loro i nemici pubblici numero uno dell’enologia contemporanea. Sono loro l’avversario e l’incubo d’ogni vignaiolo che abbia cantina e botti di legno nelle cantine (ché è nei legni che spesso s’annida). Sono loro che fanno tacciare di cattiva pulizia il cantiniere.
Io dico: piano, andiamoci piano.
Vero, il vino che puzza non è di certo invitante. Il più delle volte è sintomo di cattiva capacità di gestione della vinificazione e della cantina, e magari anche d’uve di pessima qualità. Ma non sempre, ma non per forza, insisto.
Un filo di brett non mi ha mai fatto paura. In certi vini finisco perfino per cercarlo, in un certo senso l’attendo, e mi aspetto che nel vino ci siano le tracce evidenti, e per me invitanti, di certi benefici apportati dal brett.
Mi riferisco ai vini rossi fatti in situazioni estreme o con uve altrettanto estreme, e comunque a vini che sono da bere in là con gli anni, quando il tempo ci ha messo del suo.
Mi riferisco ai rossi fatti con le uve del tannat a Madiran, che non vedrebbero mai emergere il frutto da sotto quel tannino senza il benefico apporto del brett. Mi riferisco a certi rossi che vengono da territori montani, dove la maturazione delle uve è difficile e il frutto, anche qui, faticherebbe a risaltare nel vino senza che il brett giunga in suo socoorso.
Perché sì, il brett – un filo di brett – aiuta al fruttino a emergere, a uscire allo scoperto, a presentarsi succoso anche dopo i dieci, i venti, i trent’anni in bottiglia.
Pensateci, prima di condannare quel vino al lavandino. Pensateci e concentratevi sul fruttino. Se il brett ha fatto la sua parte per bene, quel fruttino sarà delizioso.
L’ultimo, in ordine temporale, tra i rossi  brettati che mi sono goduto è stato un vino di Valtellina, una riserva del 2000. Sissignori, un 2000, quasi quindicenne ormai. Con una grinta e una giovinezza e un fruttino aspro e succoso che mi pareva di averlo appena preso dal rovo, dall’arbusto, dall’albero. Quattordici-quindici anni e dire che è giovane.
Viva il brett, qualche volta.


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1 comment

  1. Vincenzo Trigona Rispondi

    Bellissimo articolo molto interessante…molti vini Francesi (alcuni con nomi altisonanti) hanno questa curiosa caratteristica…a volte ricercata