I vinoni e il ruolo della critica

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Non ci possiamo sottrarre. Per professionisti ed amanti del vino, fine anno equivale a sorbirsi quintalate di guide. E poi classifiche, giudizi, riassunti. Accanto al panettone è ormai d’uso mettere una guida dei vini, che male non fa. Fortuna che esite il web.

Vedevo in questi giorni i risultati di un anno di degustazioni del noto critico James Suckling. La sua classifica si chiama “Top 100 Wines of 2018”. Ai primi due posti la Francia, con due Bordeaux, entrambi del 2015 ed entrambi della Rive Droite, per la precisione Saint-Émilion: Château Canon e Château Bélair-Monange. Nella top 100 sono 17 gli italiani, e la Toscana la fa da padrona. Gli unici non toscani sono il Barbaresco Asili Riserva 2014 di Bruno Giacosa, il Barolo Cannubi Riserva 1752 2010 di Damilano, il Montevetrano 2016 e a difesa della reputazione del povero nord-est, il Granato 2016 di Foradori.

Non è mia intenzione giudicare chi giudica, e tantomeno fare polemica su una materia così scivolosa. Mi sento però di dire che i parametri di giudizio della critica internazionale sono sempre più ingessati e prevedibili.

Si continuano a premiare vini che fanno della concentrazione e della potenza la loro cifra stilistica. Sicuramente dei grandi vini, ma sempre quelli. Non si sfugge da una logica preconfezionata. Perché non può arrivare al primo posto un Beaujolais? O un Bardolino? O un Rosé della Provenza o un Prosecco? Vini che milioni di appassionati comprano e bevono. Ma perché la critica non si toglie il paraocchi? Poi non ci si lamenti se i lettori fuggono e le guide non vendono più.


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