Il vino sostenibile cresce, e non solo per i vignaioli

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Mah, certe volte rimango perplesso. Come quando, qualche settimana fa, ho letto su La Revue du Vin de France una dichiarazione decisa di Jean-Jacques Jarjanette, direttore generale dei Vignerons Indépendants francesi, a proposito delle prospettive del mercato del vino: “Sul piano mondiale – è il suo virgolettato sul mensile transalpino -, la domanda dei consumatori è netta: vogliono bere vini di vignaioli, che prima di tutto siano espressione di un territorio, ma soprattutto che siano impegnati nella difesa dell’ambiente”.

La Revue du Vin de France si spingeva addirittura oltre, dando all’articolo un titolo che diceva che “in vent’anni i vini bio saranno la norma nel mondo” e un sottotitolo che affermava questo: “Il bio non è più solo un segmento di mercato che esplode. Tutto il vino degno di questo nome lo sarà presto, in un modo o in un altro”.

Sono perplesso non perché io sia contrario a una prospettiva del genere – questo pianeta ha bisogno di attenzioni, e dunque ben venga la sostenibilità diffusa in vigna -, quanto invece perché non mi pare che la domanda di “naturale” ad ora proveniente dai consumatori sia così alta e soprattutto, quando è presente, che sia rivolta in esclusiva al mondo dei piccoli produttori. Infatti i grandi marchi commerciali si stanno buttando sullo stesso terreno di competizione.

Prendo un esempio che mi pare eclatante: il Freschello. Se non sapete cos’è il Freschello, ve lo dico subito: è il marchio di vino in bottiglia più venduto nella grande distribuzione italiana, dove l’anno scorso ha collocato più di sette milioni di pezzi. Ebbene, Cielo e Terra, l’azienda vinicola vicentina che detiene quel marchio, a Vinitaly è uscita con un nuovo prodotto, il Freschello Bio, che, copio-incollo dal comunicato stampa, “è uno spumante ottenuto con metodo charmat (o Martinotti) da uve garganega e chardonnay coltivate secondo i protocolli bio, un vino pensato per un piacere quotidiano”. Che c’è di male? Niente, proprio niente. Anzi, è perfetto che un grosso brand scelga di seguire percorsi sempre più “sostenibili”. Solo che Cielo e Terra non è un vigneron, il che smenstisce il fatto che “sul piano mondiale” la gente prediliga il “bio” dei vignaioli. Del resto, non ce ne sarebbe neppure abbastanza.

Se è vero, come leggo sempre sull’articolo della Revue, che nel 2022 i vini “convenzionali” vedranno una crescita zero, mentre i “sostenibili” avranno una progressione a doppia cifra – il 10% per anno, lo dice una ricerca Vinexpo-Iwsr -, non ho dubbi sul fatto che la maggiore rapidità di adeguamento al mercato sarà mostrata dai grandi marchi, che possono agire su più larga scala con politiche di filiera piuttosto pervasive. E comunque, anche prendendo per buona la prospettiva (auspicabile) dell’incremento esponenziale, il vino in qualche modo “bio” oggi – lo dice la ricerca di cui sopra – è “una nicchia che rappresenta meno del 4% dei consumi mondiali”.


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2 comments

  1. Nic Marsél Rispondi

    E quando il BIO avrà fatto breccia nei grandi marchi, nonostante il passo avanti, si scoprirà che non è comunque sostenibile 🙁

  2. Luigi Sandri Rispondi

    Il problema ambientale,volente o no,sarà fondamentale nel prossimo futuro,se ne avremo ,visto i rapidi cambiamenti climatici. Anche il mondo del vino deve farne i conti.I più avveduti si devono preparare,se in parte non l’hanno già fatto.La grande avanzata dei Verdi in Germania ed in Francia,porterà anche le politiche agricole europee a spingere in questa direzione.