Il vino rischia di fare la fine dell’olio per “trasparenza”

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Il mio timore è che il vino faccia la fine dell’olio e che a spingere inconsapevolmente il vino verso questa nefasta china siano coloro che, tra i produttori e i bevitori, sono più presi dal sacro fuoco della “trasparenza”. C’è infatti che non si contenterebbe della già di per sé sciagurata ipotesi dell’indicazione degli “ingredienti” del vino in etichetta, ipotesi che – come ho già scritto – offrirebbe un assist incredibile e insperato all’industria enologica, ma pretenderebbe addirittura che venissero elencati anche i processi produttivi. Con risultati che sarebbero catastrofici. Primo fra tutte quello che “vino” diverrebbe un termine esclusivo dell’industria vinicola di massa, mentre le bottiglie dei vignaioli più “naturali” dovrebbero recare in etichetta un’altra definizione.
Non sto scherzando, neppure provocando o ragionando per assurdo. Il caso dell’olio è lì a dimostrarlo.
Secondo le “trasparenti” norme sulla classificazione degli oli, vi è un mistero immensamente vago. Il mistero è che un “olio di oliva” è fatto, per legge, “anche” con ciò che proviene dalle olive. La normativa prevede che col nome di “olio di oliva” si identifichino dei prodotti ottenuti dalla miscela di oli raffinati (chimicamente) e oli di oliva vergini. Il che evidentemente non è prerogativa del piccolo olivicoltore, bensì dei colossi dell’industria olearia.
Se invece siete dei piccoli olivicoltori e fate il vostro olio semplicemente spremendo le olive che vengono dai vostri oliveti che curate con cura maniacale mettendo al bando qualunque forzatura chimica, allora in etichetta dovete obbligatoriamente scrivere così: “olio extra vergine di oliva – olio di oliva di categoria superiore ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici”. Sissignori, per legge e per “trasparenza” dovete scrivere tutta quella roba lì per spiegare che l’olio l’avete fatto spremendolo dalle olive.
Ecco, chi nel vino ha la pretesa della “trasparenza”, chiedendo che in etichetta si dica tutto quel che si fa in cantina, sappia che si andrebbea finire lì. Perché il vino generico, quello dell’industria, una definizione di legge ce l’ha già. Si chiama “vino”, esattamente così, esclusivamente così. Neanche più “vino da tavola”. Dal 2010 è solo “vino”, e dunque un qualunque vino generico in brik riporta e riporterebbe scritto in bella vista soltanto quel nome: “vino”, con l’indicazione aggiuntiva del solo colore del vino, “vino rosso”, “vino bianco”.
Invece il vignaiolo “naturale” che non fa nient’altro che spremere le uve e lasciare che i lieviti “indigeni” facciano la loro parte per innescare la fermentazione, si troverebbe a dover essere più “trasparente”. Ve l’immaginate se in etichetta dovesse scrivere obbligatoriamente qualcosa tipo l’olio? Che so, “vino rosso – vino ottenuto direttamente dalle uve e unicamente mediante procedimenti meccanici coadiuvati dalla fermentazione alcolica attivata spontaneamente da lieviti di forma apiculata non-Saccharomyces”.
Ripeto, non sto scherzando, neppure provocando o ragionando per assurdo, e il caso dell’olio è lì a dimostrarlo.
Pensateci.


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1 comment

  1. Nic Marsél Rispondi

    Il paragone è fuorviante perchè in tema di ingredienti l’olio gode delle stesse deroghe legislative del vino e in secondo luogo se parliamo di qualità l’olio è soltanto EVO, il resto … boh!