Vino, più grande può essere meglio

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Salvati o cielo! Dire una cosa del genere in Italia è tabù, è vilipendio. In America invece possono (ancora) permettersi di scriverlo. Cosa? Che per fare un buon vino a volte la dimensione aziendale maggiore può essere meglio rispetto a quella più piccola. E non lo dice mica uno qualsiasi. Lo dicono Marvin R. Shanken e Thomas Matthews, i grandi capi di Wine Spectator, che tra le testate che parlano di vino è in assoluto la più letta al mondo, ed influenza anche (tuttora) parecchio il mercato.
Orbene, che dice il duo?
Cominciano così, e sull’incipit credo non ci siano discussioni: “Per molti appassionati di vino, la cantina ‘ideale’ segue un modello piuttosto semplice: un’azienda a conduzione famigliare, che coltiva le proprie uve e lavora nella propria cantina. Tutto questo è artigianale, responsabile e autentico”.
Poi, vanno avanti dicendo che è vero che molti dei più grandi vini del mondo vengono da produttori che rispondono a un modello del genere, e anche qui nessuna obiezione.
Ma ecco arrivare l’affermazione che in Italia taluni troverebbero difficile da digerire. “Ma non è vero – scrivono – che solo questo genere di cantine possono fare del grande vino. Alcuni appassionati di vino sono scettici riguardo ai produttori più grandi, alle cantine che comprano uve da fornitori esterni, alle aziende di proprietà dei gruppi maggiori. Sono pregiudizi che ostacolano la possibilità di godersi i vini più grandi, di garantirsi un grande valore e di scoprire di più riguardo a quanto il mondo del vino ha da offrire”.
Un esempio? I due capi di Wine Spectator l’hanno perfino messo in copertina: il Grange della Penfold’s. “Il successo della Penfold’s – affermano – testimonia che ci sono molte strade per il vino di qualità. E anche che più grande può essere meglio”. “Bigger can be better, too”.
Ora, se ne può pensare quel che si vuole delle parole di Shanken e Matthews, ma io sono d’accordo quando dicono che coltivare il pregiudizio non va bene. Proprio no, a mio avviso. Il pregiudizio non è amico del bello e del buono.


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3 comments

  1. aldo cannoletta Rispondi

    E’solo convenienza marketing contraddizione, dire cose per anni e poi l’opposto per convenienza dal momento che i grandi possono permettersi il condizionamento dei parolai enologici e’ un evidente segnale che la pecunia puo’ sempre tutto.

  2. #angeloperetti

    #angeloperetti Rispondi

    @Aldo. Non concordo. Cito spesso il caso di Guigal: grande dimensione aziendale e grandissima qualità. Il pregiudizio non deve essere un pre-requisito nell’approccio al vino. Ci sono aziende grandi che lavorano bene e altre che lavorano male. Così come ci sono i piccoli che fanno capolavori e quelli che mettono in bottiglia ciofeche. Non è la dimensione aziendale la discriminante della qualità de vino.

  3. marco Rispondi

    Il fatto è che l’azienda piccola se fa ciofeche va a finire che chiude, quella grande se fa ciofeche (e spesso le fa) ha comunque la forza di trova nuove vie: sponsorizzare guide, riviste di settore, blog enoici, entrare in GDO, promozioni e scontistiche….. Tutte azioni lecite che il piccolo non può nemmeno pensare di intraprendere.