Il vino, l’alterità e la vita

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Sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore ho letto un’intervista di Stefano Brusadelli a Paolo Matthiae, “l’unico archeologo vivente che può vantarsi di avere scoperto un’intera civiltà”. È lui lo scopritore di Ebla. Straordinario. Ma la curiosità quell’intervista non me l’ha destata per via dell’archeologia. Semmai, è stata l’ultima delle risposte dell’archeologo che m’ha fatto riflettere. Dice questo: “L’archeologia è anche una grande scuola di tolleranza. Nel senso che ciò che è sempre più interessante in un reperto archeologico è la sua porzione di alterità da noi. Cioè quello che non ci somiglia, che ci appare non chiaro, non comprensibile. L’alterità diventa un valore. Come dovrebbe accadere anche nella vita di tutti i giorni”.
Parole sagge. Che si applicano – o si dovrebbero applicare -, certo, alla vita. E pure, nella vita del bevitore attento, al vino e alla sua conoscenza. Assaggiare vini d’ogni angolo di mondo e d’ogni stile – che sia artigianalissimo o perfino industriale poco importa – dovrebbe avere proprio quest’obiettivo, e cioè capire che quel vino è testimone d’una alterità – di un altrui pensiero, di una maniera che altri hanno di vedere il mondo – che, come tale, mette per forza in discussione le nostre certezze, i nostri pregiudizi. Serve tanta umiltà per esercitare questa pratica, serve giocare le carte della curiosità e del dubbio e della disponibilità alla comprensione. Ma l’alterità, anche nei vini, è il grande valore da ricercare.

articolo originariamente pubblicato il 16 gennaio 2014


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