Vinitaly Special Edition, ecco com’è andata

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È complicato dare una valutazione del Vinitaly Special Edition svoltosi a Verona da domenica 17 a martedì 20 ottobre. Accolto con diffuso scetticismo dal mondo vitivinicolo italiano, che ha in larghissima misura disertato l’appuntamento, questo inedito evento fieristico è probabilmente andato oltre le aspettative. Lo stesso comunicato stampa finale di Veronafiere titola “Vinitaly Special Edition supera le aspettative”, anche se, ammettiamolo, le aspettative non erano particolarmente alte. I numeri ufficiali parlano di oltre dodicimila operatori professionali, più di duemilacinquecento buyer e sessanta nazioni rappresentate. Pochi o tanti? Direi più di quanto fosse lecito ipotizzare. Ad ogni modo, affronterei la questione sotto più punti di vista. Con le luci e le ombre che ne conseguono.

L’area espositiva. Solo un paio di padiglioni dedicati al vino, a riprova della scarsa risposta del settore. Molte sezioni interne erano collettive e istituzionali: qualche consorzio di tutela, la Regione Veneto anch’essa con varie entità consortili (una ventina), la Fivi con un’altra ventina di postazioni, una grande zona dedicata al biologico (di cui riparlerò più avanti), le Famiglie Storiche (intendo quelle valpolicellesi), un enorme spazio occupato dalle aziende che si sono affidate a Riccardo Cotarella, la Coldiretti, eccetera. Pochi gli stand di singole cantine fuori dall’egida di altre organizzazioni.

Il mood. Intendo, l’approccio delle gente presente nei padiglioni. Tutta la gente, espositori e visitatori. Be’, direi che l’umore comune era quello di vecchi amici e conoscenti che si ritrovano dopo tanto tempo per ritessere le fila di un dialogo interrotto. Il Covid in effetti ha interrotto la consuetudine delle fiere. È stato sorprendente verificare come fosse difficile riprendere i ritmi del passato, e in fondo ci si spalleggiava l’un l’altro, dentro ai due padiglioni. Non male, come clima.

Le aree per le masterclass. All’interno dei padiglioni, ampi spazi erano dedicati alle degustazioni guidate. Le più attive mi sono parse quella del bio e quella di Cotarella (infaticabile a far da correlatore), ma praticamente non ce n’è stata una tra quelle presenti che non abbia registrato il tutto esaurito o quasi. Il che conferma che chi ha partecipato a Vinitaly Special Edition aveva voglia di approfondire.

L’afflusso di pubblico. La domenica di gente se n’è vista abbastanza poca, come ci si aspettava. Il flusso migliore era atteso per il lunedì pomeriggio, il momento più propizio per la ristorazione, e in questo caso le aspettative sono state ampiamente superate. Nel pomeriggio di lunedì c’era veramente tanta gente. Calma piatta il martedì, soprattutto il pomeriggio, ma questo era nelle logiche (valeva la pena fare tre giorni?). Ad ogni modo, un bel pubblico, e nessuno che alzasse il gomito. Conferma che i partecipanti erano in sostanza veri addetti ai lavori e che il lavoro di “filtro” degli accessi ha funzionato bene.

I controlli. Sul fronte controlli vanno distinti tre ambiti. Il primo è il controllo dell’effettiva titolarità professionale di chi chiedeva l’accredito. Da questo lato, Veronafiere è stata feroce, ad esempio negando l’accredito a molti giornalisti privi di una testata di riferimento. In questo modo è rimasta fuori quasi tutta la variegata selva dei venditori di pubblicità. Bene. Il secondo livello dei controlli era all’ingresso: un addetto controllava il ticket, un secondo il green pass, un terzo la temperatura corporea. Il tutto con grande rapidità. Molto bene. Il lato dolente è quello interno ai padiglioni. Qui controlli non ce n’erano e purtroppo, a fronte di una larghissima maggioranza di scrupolosi visitatori dotati di mascherina, c’è stato chi ne ha approfittato per vagare senza alcuna protezione (non pochissimi), il che è del tutto inaccettabile.

Le lingue. Italiano e accenti dei Paesi dell’Est europeo, erano questi i due idiomi più usati all’interno dei padiglioni, e per trovare forme di dialogo si ricorreva a un inglese più o meno smozzicato. Di madrelingua inglesi – intendo, di gente dal Regno Unito o dagli Stati Uniti – quasi niente. Come prevedibile, mancavano i buyer e i giornalisti americani, che sono quelli che contano sul serio. Ah, e io non ho sentito parlare neppure il tedesco.

Gli allestimenti. La scelta di Veronafiere è stata quella di gestire in proprio gli allestimenti, il che ha permesso di dare a Vinitaly Special Edition un look sostanzialmente omogeneo e a me questa scelta è parsa particolarmente felice, eliminando quell’aura da luna park del vino di cui troppo spesso si veste il Vinitaly. Magari si facesse così anche nell’edizione di primavera! Il problema, per converso, è che i pavimenti dei due padiglioni erano indegni. Gli stand sono stati pitturati di bianco in loco e ovunque, in terra, c’erano schizzi di vernice. Un gran brutto vedere. In più, alcune postazioni sembravano abbastanza precarie. Ho visto personalmente un paio di desk espositivi collassare. Non va bene.

L’area bio. Come dicevo, lo spazio dedicato al biologico era consistente. Il che mi conferma in un’opione che ho già espresso qui su The Internet Gourmet quando ho scritto che il mondo del vino, volente o nolente, sta per diventare più sostenibile, da subito, perché i finanziamenti pubblici questa scelta di fatto la impongono. L’area bio era proprio sotto l’egida di due realtà che intercettano cofinanziamenti comunitari e in futuro questa formula la vedo in netta crescita. Ipotesi interessante.

I politici. Sì, certo, i politici si sono visti, ma senza l’irritante codazzo di fan gaudenti delle ultime edizioni di Vinitaly a ostacolare il lavoro degli espositori. Aggiungo che il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha dato un segnale forte di sostegno al Vinitaly, non solo volendo un’ampia area interna al padiglione 6, ma addirittura convocando in quell’area la riunione della Giunta regionale. Insomma, stavolta al Vinitaly i politici ci sono venuti per lavorare anche loro. Un’altra sorpresa, in positivo. Come è accaduto per i politici, anche i sindacati agricoli si sono dati da fare. Che i sindacati di settore diventino sempre di più parte attiva della promozione mi sembra un altro buon segnale.

Il cibo. Mangiare, una volta tanto, non era un problema al Vinitaly. Un’area per lo street food, piuttosto accogliente, nel piazzale della fiera, un self service al piano rialzato, i bar interni abbastanza forniti. Certo, c’era meno gente del solito, ma la strada è questa, anche se magari qualcosa in più di adatto a vegetariani e vegani nei bar ci vorrebbe, visto che c’è sempre più gente che fa questa scelta.

In sintesi? Boh, non credo sia possibile trarre una sintesi. Troppo sperimentale, questo Vinitaly Special Edition, per poter uscire con delle affermazioni “ultimative”. In positivo riaffermo che il pubblico era venuto non per bere, ma soprattutto per parlare di vino, il che ha offerto una bellissima sensazione. E il fatto che non vi fosse il solito bagno di folla dei Vinitaly “normali” permetteva di parlarsi e di confrontarsi agevolmente anche con l’impiccio della mascherina. Direi dunque che questa manifestazione ottobrina in “edizione speciale” può offrire a Veronafiere indicazioni utili per intraprendere finalmente quella riforma di Vinitaly che tutti chiediamo. Una riforma che sia orientata a riportare il business al centro dell’evento. Per davvero.


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4 comments

  1. Gianni Zenatello Rispondi

    Mi sembra un articolo molto ben fatto e molto esaustivo. Complimenti.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Grazie!

  2. ambra tiraboschi Rispondi

    assolutamente d’accordo e, anche da parte nostra, soddisfatti di aver aderito nonostante il parere contrario di tanti colleghi amici

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Grazie Ambra!