Villa Saletta, tra sangiovese e cabernet franc

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Villa Saletta è la tenuta toscana della famiglia britannica Hands, che opera nella finanza e nell’hotellerie di lusso. Si tratta di una proprietà terriera consistente, che si estende su ben settecentoventi ettari vigne, boschi, ulivi, vigne e seminativi e comprende un borgo antico – quello di Villa Saletta, appunto, a Palaia, nella provincia di Pisa. Dal 2015 la tenuta è amministrata da David Landini, agronomo ed enologo di origine toscana che ho avuto modo di incontrare di recente e mi ha raccontato dell’intenzione aziendale di mettere il vino – che oggi viene da una trentina di ettari di vigneto, di cui circa la metà già a regime produttivo, e in futuro il vigneto potrebbe salire a quaranta ettari, non di più, diviso in tante parcelle integrate nei boschi – al centro di un progetto che trasformerà il borgo di Villa Saletta in un luogo di ospitalità, con tanto di resort di lusso e di ristorante e che comprenderà anche la nuova cantina. Mi ha anche detto, l’enologo, che le bottiglie – ad ora circa centomila, di cui sì e no l’uno per cento resta in Italia – mirano a posizionarsi, col tempo, nella fascia d’eccellenza, e per arrivare a mettere a frutto quest’ambizione nella tenuta si è realizzato uno studio dettagliato dei suoli, per identificare le zone dove la vite può esprimersi al meglio. A sud, nel tratto che guarda Volterra, vien bene il sangiovese, mentre in altri appezzamenti trovano casa gli internazionali, il cabernet sauvignon, il cabernet franc e il merlot. “Se dovessi stilare una graduatoria delle uve – mi ha confidato Landini -, il sangiovese e il cabernet franc sono sempre in primo piano, con costanza di risultati. Per le altre due si sta investendo in nuovi impianti”.

Va aggiunto che quando si parla di sangiovese, a Villa Saletta non si pensa solo al Chianti, che pure ha casa da quelle parti. Ci si fanno anche altri vini, si sperimenta. Come nel caso del metodo classico 2014 che è rosé sulla carta, ma in realtà tende più al giallo che al rosa. Una sorta di oeil de perdrix. E mi piace che quando racconta del sangiovese “in rosa” Landini dica chiaro e tondo: “Cerco rotondità, perché il sangiovese di suo è spigoloso”. Vivaddio, è questo il punto. Quanto al Chianti, all’ultimo uscito, il 2016, il sangiovese contribuisce per il novantaquattro per cento, “ma continuiamo a crescere nella sua presenza, man mano che le nuove vigne danno i risultati che ci aspettiamo”. L’obiettivo? “Arrivare al cento per cento di sangiovese”. Un obiettivo che mi piace.

Torno ai vini che ho provato.

Rosé Metodo Classico 2014. Credo ricordiate l’annata del 2014, con le piogge e il freddo. “È stata un’annata più da rosati che da rossi”, dice Landini. Un’ottima annata da vini rosa, dico io. Questo metodo classico, che non viene prodotto negli anni “da rosso”, è tutto sangiovese. Mette insieme un ricordo della rusticità tannica del vitigno con una nuance di morbidezza, enfatizzata da una bolla per niente aggressiva e da una cremosità cercata. (87/100)

Chianti Superiore 2016. Dicevo che nel Chianti 2016 il sangiovese è al novantaquattro per cento, mentre il resto è costituito da cabernet sauvignon e merlot in parti uguali. Mi ha fatto pensare a un buon potenziale di affinamento. Insomma, un vino che si può bere subito e che si può anche attendere. La nota saliente è la piccantezza. Sì, è un vino piccante, con un tocco di zenzero che dà slancio alla vena balsamica, al ricordo di sottobosco, al frutto. (88/100)

Toscana Chiave di Saletta 2016. Per metà sangiovese, poi i due cabernet al venti per cento ciascuno e il saldo è merlot. Il contributo del franc si avverte, e non certo per quella presenza verde che troppo spesso caratterizza (negativamente) la varietà nei rossi italiani, bensì per un’ottima maturità di frutto che rimanda al cassis, al mirtillo, come ha da essere un franc che si rispetti. Ha ragione Landini a credere nel potenziale del vitigno. Vino giovane. Dinamico. (90/100)

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