Vignaioli, se la soluzione fosse quella del Gaillac?

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Di tanto in tanto affiora qui e là il malessere di qualche vignaiolo nei confronti delle denominazioni di origine di appartenenza. Come in una sorte di moderna “lotta di classe”, si fanno così distinzioni – e si alzano barriere – fra cooperative e piccoli produttori e imbottigliatori. Alla fine, c’è chi ha la tentazione di isolarsi, di andarsene fuori dalla doc. Ma lo ritengo un errore e probabilmente la soluzione è un’altra. Tipo quella che stanno adottando una ventina di produttori del Gaillac.

Quella del Gaillac è una denominazione del Sud Ovest della Francia, 3900 ettari. Dalle nostre parti è pressoché sconosciuta, ma ha una certa storia. Basti pensare che, per i bianchi, venne riconosciuta nel 1938, mentre i rossi sono arrivati negli anni Settanta.

Ebbene, da quelle parti, per iniziativa d’un gruppetto di vignaioli biologici e biodinamici che si sono riuniti nell’associazione Terres de Gaillac, sta nascendo una specie di – come dire – “sovra disciplinare” che prevede regole più restrittive rispetto a quelle correnti. Richiede come minimo elementi quali la certificazione bio, la prevalenza dei vitigni autoctoni, la vendemmia manuale, l’uso di lieviti indigeni. Il tutto su base volontaria, ovviamente, ma con una specifica riconoscibilità. Sulla Revue du Vin de France leggo che gli aderenti al progetto sarebbero ventidue. Un bel numero.

Ecco, mi domando se la soluzione non sia proprio questa, quando i disciplinari sono troppo a maglia larga. Mi chiedo insomma se la risposta al malessere non sia mettersi insieme e darsi regole comuni che siano più orientate alla qualità, alla naturalità. Rendendo riconoscibile questa scelta con un marchio collettivo. Dentro la denominazione di origine.

A me quest’ipotesi piace. Molto.

 


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1 comment

  1. Fabio Piccoli Rispondi

    Caro Angelo, ritengo pure io che questa sia la soluzione ideale per creare comunque quelle inevitabili diversificazioni all’interno delle nostre denominazioni, soprattutto le più grandi. Purtroppo nel nostro sistema normativo hanno fallito le differenziazioni territoriali (sul modello dei cru tanto per intenderci) e qualsiasi tentativo di zonazione seria e credibile ha incontrato ostacoli. Le stesse cosiddette sottozone non sono riuscite nell’intento di garantire qualsivoglia diversificazione all’interno delle nostre denominazioni. Penso quindi che “sovra disciplinari” che definiscano particolari ulteriori restrizioni e che siano ovviamente “controllabili” possa essere una strada molto interessante quanto meno da provare a percorrere.