I Vignaioli via dal Consorzio del Trentino?

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Così hanno deciso. I Vignaioli del Trentino non hanno designato il proprio rappresentante nel consiglio del Consorzio Vini del Trentino. Ne avevano diritto, ma loro hanno detto di no. Il prossimo passo potrebbe essere l’uscita dal Consorzio, che a quel punto diventerebbe fragile, non tanto e non già numericamente, ma in quanto a capacità di rappresentare l’intera filiera. Dicono infatti i vigneron: “Se il Consorzio Vini non provvederà all’istituzione di un organo paritetico, competente nell’adozione delle decisioni in materia di tutela, produzione e promozione del vino trentino, tutte le aziende socie dell’associazione Vignaioli si dimetteranno dal Consorzio Vini, che smetterebbe quindi di essere organo rappresentativo di tutto il sistema vitivinicolo trentino”.
La pietra dello scandalo è stata la decisione di aumentare le rese ammesse in vigneto per il pinot grigio. La cooperazione e il mondo industriale lo volevano, i Vignaioli no. Da qui lo scontro.
“Il ruolo dei Vignaioli all’interno del Consorzio – dice una nota dell’associazione – è, da Statuto, marginale. Il funzionamento infatti non si basa su un principio paritetico, ma il peso di ogni membro è calcolato proporzionalmente al quantitativo di uva e vino prodotti. La rappresentanza dei Vignaioli risulta in tal senso marginale rispetto a quella della cooperazione”. Il presidente dell’associazione, Lorenzo Cesconi, afferma che i Vignaioli sono pronti a “iniziare da domani il nostro percorso indipendente di tutela e promozione”. Poi rincara la dose: “Il marchio Trentino invece nel mondo del vino non è più riconosciuto come marchio di valore. È ora di cambiare strada anche per noi”.
Bene? Male? Né l’una, né l’altra. Non si tratta di trarre giudizi morali da una faccenda del genere. Io dico che quando una filiera si divide, il rischio è che alla distanza paghino tutti. È un rischio, non una certezza. Servirà dunque grande equilibrio per gestire il futuro ed evitare che il rischio si concretizzi.
Annoto però, sommessamente, che il “marchio Trentino” già da tempo non è più visto come brand territoriale da molti piccoli produttori della provincia, che anziché sotto la doc, hanno preso da anni a imbottigliare sotto l’igt dei Vigneti delle Dolomiti. Ma non mi pare che le Dolomiti siano in toto un modello riconoscibile di trentinità.
Ovvio che ognuno è libero di fare quel che vuole nella propria attività d’impresa. Ma non posso evitare di sottolineare che – oggettivamente – la crisi identitaria del brand Trentino ha origini ormai abbastanza lontane nel settore del vino. Magari è da una riflessione su quest’aspetto che – ammesso lo si voglia – si potrebbe ripartire. O magari no. Chissà.


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