Urbanocentrismo

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È vero che l’Italia è un paese caratterizzato da infiniti campanili anche oggi che la religione non è più al centro dell’organizzazione sociale delle varie comunità, tuttavia, sotto il profilo della gestione “reale” del potere, da secoli siamo dominati da un “modello urbanocentrico”, che privilegia le aggregazioni cittadine, sede sostanzialmente unica delle più diverse “autorità” politiche, amministrative e anche curiali, rispetto a quello che una volta era definito il “contado” e oggi è detto, talora spregiativamente, la “provincia”.

Del resto, i voti e i tributi si concentrano in ambito urbano, e quelli della provincia “minore” non sono dunque sufficientemente appetibili, in quanto nella sostanza ininfluenti. Ne discende che pressoché tutte le decisioni di natura sociale ed economica hanno come focus la città, se non addirittura la metropoli, tenendo in scarsissima considerazione i paesi, i piccoli comuni, i territori malamente considerati “marginali” della campagna, della collina, della montagna. Salvo poi accorgersi della loro esistenza solo quando, privati dei mezzi essenziali di custodia effettiva del territorio, ci si rende conto drammaticamente che pezzi intieri di quei territori, lasciati incustoditi e devastati dal dissesto idrogeologico, scivolano verso il fondovalle.

Abbiamo avuto l’ennesima riprova di questa ampiamente diffusa visione “urbanocentrica” con il recente decreto “natalizio” del Governo, che vieta, per alcuni giorni, qualunque spostamento a un comune diverso rispetto a quello di residenza. Se ne comprendo il significato della protezione dalla calamità della pandemia, non capisco invece che senso abbia impedire a chi abita in un paese di poche centinaia di abitanti di spostarsi al paese vicino, altrettanto abitato da poche centinaia di persone (perché la “periferia” italiana delle montagne e delle colline è fatta così), quando invece ci si può liberamente spostare da un quartiere all’altro delle città, fittamente popolati entrambi da svariate decine di migliaia di residenti. Si obietterà che questo non sarebbe un problema se i piccoli comuni si fossero fusi o aggregati, ma una simile soluzione, peraltro non sempre oggettivamente atuabile, riguarda semmai la prospettiva e non l’attualità, ed è figlia anch’essa, in qualche misura, di una visione che privilegia il macro aggregato sociale rispetto alla dimensione della piccola comunità locale, e dunque porta con sé una certa qual violenza urbanocentrista.

La medesima distorsione “cittadina” la vediamo nella spinta alla digitalizzazione dei rapporti con la pubblica amministrazione e alla dematerializzazione delle transazioni economiche e finanziarie. Spinta che – voglio essere chiaro – condivido in toto, ma che tuttavia ha un grave difetto, mai corretto, alla propria origine, e il difetto è quello che chi mastica l’inglese definisce come “digital divide”, la divisione digitale. Infatti, ancora una volta, i servizi digitali sono ricchi e articolati nelle città, dove si accalcano gli utenti e dunque vi è una forte attrattività per i fornitori, ma sono tuttora pressoché inesistenti negli angoli più remoti delle province, e dunque ancora una volta sulle colline e nelle aree montane. Perché non imporre che i fornitori dei servizi cittadini per ottenere le loro lucrose licenze debbano offrire pari opportunità anche all’altra, più remota, parte del territorio?

Eppure queste periferie collinari e montane sono il cuore vivo e pulsante dell’agricoltura d’eccellenza, del vino e dell’olio di qualità, dei formaggi più rari e più buoni, della frutta più succosa, delle verdure più saporite, dei mieli più aromatici, dei salumi più graditi, e stare in quelle terre a coltivarle e nutrirle è difficile e solitario. Certo, alla solitudine ci si abitua, e talvolta la si vive come una missione e una scelta. È però intollerabile che la si faccia diventare un’imposizione. Finché la politica non guarderà all’umanità delle persone, sarà inutile illudersi che il centro del suo interesse sia il bene comune, qualunque sia il colore di chi detiene il potere.


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