Quando un vino è classico, il Brunello Barbi ad esempio

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Quand’è che un vino si può definire “classico”?

Lasciamo perdere la definizione di legge, quella che all’articolo 31 del Testo Unico del vino dice che – cito copiando e incollando – “la specificazione «classico» per i vini non spumanti DO e la specificazione «storico» per i vini spumanti DO è riservata ai vini della zona di origine più antica, ai quali può essere attribuita una regolamentazione autonoma anche nell’ambito della stessa denominazione” (ah, per i non avvezzi alla terminologia burocratica, DO, scritto erroneamente tutto maiuscolo, sta per “denominazione di origine”). Lasciamola perdere, dicevo, perché a volte è vero, quella “classica” è realmente la zona più antica, ma altre volte è solo un segno di penna tracciato su una carta geografica dai maggiorenti di un territorio al momento di definire il perimetro della denominazione di origine.

Quel che intendo domandare e domandarmi è quand’è che un vino esprime per davvero la “classicità” del suo territorio e della sua denominazione. Ecco, io credo che avvenga quando il produttore ha lunga storia viticola e vinicola in una certa area geografica e i suoi vini abbiano conservato nel tempo un’impronta territoriale scevra da concessioni alle tendenze del momento, esprimendo una continuità di linguaggio, di espressione, come se si trattasse d’un parlato con un accento locale, quasi dialettale.

Prendiamo il Brunello di Montalcino, per esempio. Credo sia inconfutabile che un’azienda come la Fattoria dei Barbi, oggi condotta da Stefano Cinelli Colombini, rappresenti nelle sue produzioni quell’idea di “classicità” territoriale e vinicola cui accennavo qui sopra.

Il suo Brunello è tra i più popolari, nel senso che lo si trova facilmente in commercio e non ha per nulla prezzi irraggiungibili e non è mai andato alla ricerca di forzature, privilegiando invece il mantenersi nella sostanza fedele a se stesso e alla propria storia e alla propria indole. Un “classico”, insomma, nel senso che intendo io con l’uso di quest’aggettivo.

L’interpretazione dell’annata 2013 mi ha colpito proprio per questa sua impronta classicheggiante. Territoriale a tutto tondo, austero, sobrio, equilibrato, fine, vocato alla mensa senza il rischio di prevaricazione sul cibo, né d’esserne prevaricato, quel che cerco insomma in un vino che voglia essere didascalico nel descrivere la propria appartenenza. L’ho bevuto con piacere, lo riberrò con altrettanto piacere appena mi si ripresenterà l’occasione a tavola.

Brunello di Montalcino Barbi 2013 Fattoria dei Barbi
(89/100)

 

 

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