Trenta vini rossi che vi faranno innamorare dell’Etna

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L’Etna è oggi probabilmente la zona vinicola italiana con il più alto tasso di sviluppo. I vini dell’Etna stanno conoscendo un successo travolgente sui principali mercati mondiali e i prezzi dei terreni (e dei vini) stanno aumentando con preoccupante velocità. La masterclass che ho tenuto da Grains Nobles a Parigi, con il quale collaboro da tempo, aveva l’obiettivo di verificare quali sono gli stili produttivi e i punti in comune tra i vini assaggiati. Trattandosi di una regione molto “giovane”, nel senso che molti produttori sono arrivati qui da pochi anni, mi pare interessante capire se sia possibile parlare di terroir in senso lato, e fare il punto generale senza chiusure mentali e senza far ricorso a luoghi comuni. Iniziamo con il dare qualche notizia generale sulla doc Etna.

È stata la prima doc siciliana, nel 1968, e comprende 20 comuni. L’area etnea si potrebbe definire “un’isola nell’isola” per le sue peculiarità geografiche e pedoclimatiche, che la rendono un unicum nel panorama italiano. La storia della vite risale alla dominazione greca nell’VIII secolo a.C. e i romani ritenevano il vino etneo uno dei migliori dell’impero. Con un balzo passiamo all’inizio del ‘900, epoca nella quale gran parte dei vigneti della provincia di Catania sono distrutti della fillossera, con la superficie vitata più che dimezzata. Aggiungiamo a questo le perfide tassazioni da parte del neonato Regno d’Italia, e le oggettive difficoltà di coltivazione, dovute alle frequenti eruzioni del vulcano e alla conseguente difficile meccanizzazione dei vigneti. La rinascita etnea è recente, risale all’inizio del nuovo millennio, e paradossalmente deve molto ad alcuni produttori non siciliani: Marco de Grazia (Tenuta delle Terre Nere), Andrea Franchetti (Passopisciaro) e Frank Cornelissen.

L’Etna è “un nord al sud”. Il suo clima è estremo, freddo in inverno e caldo in estate, con cambiamenti veloci e inaspettati. Dal punto di vista enologico è interessante l’ampia escursione termica nel periodo primaverile ed estivo, con punte fino a 30 °C. L’altitudine significa anche maggiore esposizione al sole, con buone maturazioni di tannini e antociani nei rossi, e sviluppo di aromi nei bianchi. Notevoli differenze esistono tra i versanti, ad esempio la piovosità è molto più alta in quello est. Il suolo è ovviamente vulcanico, giovane e ricco di minerali. Le colate laviche caratterizzano fortemente il suolo, che spesso è tormentato e difficile da gestire. Per questo si ricorre spesso alla costruzione di muretti a secco. La natura del suolo è tale da necessitare di pochi trattamenti e questo spiega come molte cantine siano in agricoltura biologica o biodinamica. Le vigne si trovano per la maggior parte tra 300 e 900 metri di altitudine, con punte fino a 1100 metri. Qui si trovano viti vecchie e sinuose, contorte, quasi delle sculture. Un’altra straordinaria singolarità del vulcano è l’alta percentuale di vigneti a piede franco, non innestati. Ciò è reso possibile dal particolare suolo sabbioso che assieme al clima freddo limita il propagarsi della fillossera. Il metodo di coltivazione tradizionale è quello ad alberello, con densità fino a 8-9000 piante per ettaro. Questo rende chiaramente impossibile la meccanizzazione, praticata solo nei nuovi vigneti a controspalliera.

L’uva principe, se parliamo di rossi, è il nerello mascalese. Ha una maturazione tardiva, dopo la seconda metà di ottobre. Possiede molti tannini ma pochi antociani, quindi i vini sono poco colorati. Nella misura del 15-20%, il nerello mascalese viene associato al nerello cappuccio, che al contrario ha molte sostanze coloranti, ma poca attitudine all’invecchiamento.

Con tutte le differenze del caso, si possono trovare numerose similitudini tra i vini etnei e quelli di Borgogna. Molti vini hanno un colore scarico, un frutto ben dosato e dei legni poco invadenti. Si è cercato di puntare sulla eleganza più che sulla struttura dei vini. Come in Borgogna poi, ci sono i cru, qui definiti Contrade. Una scelta intelligente che andrebbe approfondita e inquadrata in una classificazione ufficiale.

Vediamo ora la panoramica dei vini degustati (trenta), nell’ordine di servizio.

Planeta, Etna Rosso 2018. Colore leggero, naso di erbe alpine. Fine, con un palato non troppo estratto e tannini setosi. Un inizio tutto in finezza e con uno stile leggero. (86/100)

Barone di Villagrande, Etna Rosso 2017. Un naso più minerale e fumé, sulla cenere. Segue un frutto dolce. Nonostante l’abbondanza di tannini il vino resta delicato. Palato animale, note di cuoio, finale dolce che ricorda le castagne e il ferro. (84/100)

Nicosia, Etna Rosso Vulkà 2017. Leggero e semplice, sembra anche più tecnico e fatto in cantina. Alla fine non è affatto male, è una buona introduzione al tema, senza risultare banale. (83/100)

Graci, Etna Rosso Arcurìa 2017. Una vigna molto vecchia, fermentazione spontanea, macerazioni molto lunghe e affinamento per ventiquattro mesi in botti grandi. Ha un frutto dolce, ricorda la fragola e il mirtillo. Poi vengono le spezie, cumino in particolare e le note minerali di cenere. Fine e con buona lunghezza. Finale di fiori e con buoni tannini. (89/100)

Tornatore, Etna Rosso Pietrarizzo 2017. Le vigne si trovano nel versante nord. Vegetale nobile, fiori, rabarbaro, menta e rosmarino, un gran bel naso. Fine e salino, sembra già iniziare ad evolvere. Lungo e completo, persistente, finale di pepe, arancia e bergamotto. (90/100)

Planeta, Sicilia Nerello Mascalese Eruzione 1614 2017. Il nome ricorda l’eruzione più lunga della storia, durata ben dieci anni. Vigne ad alberello con alta densità, selezione a mano, vemtun giorni di macerazione e poi un anno in botti grandi. Fiori e frutta, è un vino più nervoso e tannico. Ha un palato minerale di cenere e lamponi. Ha bisogno di qualche anno di bottiglia. (87/100)

Benanti, Etna Rosso Contrada Monte Serra 2017. Delicato e moderatamente fruttato. Fine, elegante e tannico, finale con un bel ritorno di frutta rossa. Deve trovare la sua strada in bottiglia, ci vuole pazienza. (90/100)

Passopisciaro, Etna Rosso Passorosso 2017. Franchetti ha contribuito a recuperare vecchi vigneti ad alberello con densità fino a 12 mila piante. È un blend di diverse Contrade e di vigne di età tra settanta e cento anni. Riduzione iniziale, esibisce un carattere selvaggio. Si apre su aromi di erbe aromatiche, frutta rossa e fiori, con in sottofondo una bella mineralità. Grande spinta e molta persistenza. Una visione personale dell’Etna. (91/100)

Passopisciaro, Terre Siciliane Contrada C 2017. È il cru posto più in basso, a circa 550 metri. Suolo di pietra arenaria appena sotto le colate laviche. Vinificazione minimalista senza grandi interventi. Colore leggero, ancora più chiuso e minerale, una aromaticità che si intuisce senza rivelarsi del tutto. Rosmarino, erbe, e un finale floreale. Denso e maturo, ha una struttura tannica di tutto rilievo, va quindi atteso qualche anno. Grande persistenza, un vino che domanda pazienza. (93/100)

Nicosia, Etna Rosso Fondo Filara Monte Gorna 2016. Ha un aspetto ossidativo che gli deriva dalla maturazione in barriques. Il legno toglie spazio al vino, che, pur avendo una certa finezza, non riesce ad esprimersi appieno. Sembra quasi un australiano. (81/100)

Girolamo Russo, Etna Rosso San Lorenzo 2016. Dopo una riduzione iniziale si sentono la carne affumicata, la cenere e il vegetale. Una bella materia, è fine e lungo. In finale però si fa meno preciso ed esce troppo il legno. (88/100)

Tasca d’Almerita, Etna Rosso Tascaetna Contrada Pianodario 2016. Nerello mascalese piantato sul versante nord. Affinamento in botti grandi. Vino di carattere, affumicato, spezie come il pepe nero. Carnoso, rimandi ai fiori appassiti, al lampone maturo, con un frutto che invade il palato. Ha finezza e concentrazione. Evolverà bene. (90/100)

Cantine Edomé, Etna Rosso Aitna Vigna Nica Feudo di Mezzo 2016. Vigneti nel versante nord a Passopisciaro. Le viti sono all’interno di un antico cratere, con una età di ottanta anni. Minerale ed austero, frutta e un ricordo di ruggine. Il frutto è dolce, ha una bella spinta e un finale di lamponi aciduli. Tannini cioccolatosi e un frutto che coi minuti si avvicina pericolosamente all’ossidazione, probabilmente per l’uso di botti piccole. Da riserntire nel tempo. (89/100)

Calcagno, Etna rosso Arcurìa 2016. Viti da settanta a novanta anni di età a Castiglione. Naso particolare: china, carciofo, menta, cenere, uno dei migliori dal punto di vista di rispetto del terroir. Molto lungo, dinamico, fresco e delicato. Finale di fiori, agrumi e liquirizia. (92/100)

Calcagno, Etna rosso Feudo di Mezzo 2016. Vigneto a 630 metri con suolo più roccioso. Macerazioni più brevi rispetto al precedente e affinamento in legno francese usato. È più tannico e austero, ancora più delicato e vivace. Sembra avere un grande potenziale, finale di erbe e cenere. (91/100)

Tenuta Monte Illice, Etna Rosso Nerello Mascalese 2015. Vigneti a sud-est che guardano la baia di Taormina. I terreni appartenevano al Vaticano e all’interno si trovano degli antichi palmenti che i proprietari hanno recuperato. Non si usano legni. Purea di fragole, cenere, una nota vegetale di carciofo. Ha uno sviluppo più verticale, forse manca leggermente di materia, ma compensa con la finezza. Sembra evolvere nel bicchiere, finale di fichi. (87/100)

Tenuta Monte Illice, Etna Rosso Capinera dell’Etna 2015. Anche qui non c’è traccia di legno. Siamo qui in un ambito marino, domina una grande sapidità che ricorda l’umami. Poi spezie, prugna e una nota minerale. È ancora un giovincello, i tannini sono ruspanti e impediscono al vino di distendersi completamente. Vediamolo tra cinque o sei anni, potrà sorprendere. (89/100)

Cottanera, Etna Rosso Contrada Feudo di Mezzo 2015. Salino e fruttato, ha anche aromi di fiori. La eccellente materia è però preda di un legno che non gli rende giustizia. Si fa asciugante e tannico, non riesce ad allungare. (83/100)

Pietro Caciorgna, Etna Rosso N’Anticchia 2015. Caciorgna è un produttore toscano che si è innamorato del vulcano. Le vigne sono vecchie e vengono affidate a contadini locali senza utilizzo di chimica. È una versione molto personale, accanto al vegetale nobile ci sono note di tabacco toscano, china e fiori. Salino e tannico, ha una struttura che richiede ancora pazienza. (92/100)

I Vigneri, Etna Rosso Vinupetra 2014. L’azienda di Salvo Foti ci propone un Etna molto naturale, frutto di fermentazioni spontanee e senza interventi enologici in cantina. Vigne di oltre cento anni di età, oltre al mascalese ci sono cappuccio, alicante e francisi. Ancora una visione diversa. Ci avviciniamo a un vino liquoroso del Roussillon francese, quelli a base di grenache come il Maury per capirci. Siamo sul filo dell’ossidazione e questo è insieme il suo fascino e il suo pregio. C’è tanto mare, il vino è salino, termina su note di china e prugna. Forse il più originale, sicuramente non per tutti. Mi riprometto di risentirlo con calma. (88/100)

Calcagno, Etna Rosso Feudo di Mezzo 2014. Calcagno si conferma un interprete imprescindibile anche in questa seconda miniserie. Feudo di Mezzo ’14 si conferma uno dei migliori della degustazione per la sua finezza e per l’adesione al terroir etneo. Erbe e spezie al naso, l’impressione è di trovarci di fronte a un vino non ancora del tutto compiuto e con ampi margini di miglioramento. Uno stile rispettoso della materia, che lascia esprimere tutte le sfumature del binomio vitigno-suolo. (93/100)

Calcagno, Etna Rosso Arcurìa 2014. Sembra che anche qui il 2014 sia un anno da ricordare. Ci troviamo di fronte a un vino sereno, morbido, facile e complesso. Finale di confettura e di fiori, ancora tannico. (89/100)

Fattoria Romeo del Castello, Etna Rosso Vigo 2013. Rabarbaro, china, erbe aromatiche, cenere. Un insieme elegante e dinamico. Il vino ha bisogno di aprirsi, l’inizio non è facile ma c’è una crescita nel calice. Il tannino non si nasconde, la bottiglia va aperta con largo anticipo o attesa ancora qualche anno. Diventa sempre più fine, una bella versione. Vigna centenaria prefillossera, scampata all’eruzione del 1981. Altro vino a tendenza naturale, senza solfiti quando l’annata lo consente, fermentazione spontanea. (93/100)

Primaterra, Etna Rosso 2013. Vigneti sul versante nord a 850 metri. Suoli pietrosi e clima molto ventoso. Vino classico, fine, lungo e tannico. Non il più complesso ma una bella interpretazione, finale minerale e leggermente asciugato dai tannini, altrimenti meriterreb un punteggio migliore. (87/100)

Nicosia, Etna Rosso Contrada Monti Gorna Riserva 2012. Terreni di sabbie vulcaniche a 750 metri. Lunghe macerazioni sulle bucce, affinamento in barriques di secondo e terzo passaggio per 24 mesi. Senza dubbio il migliore dei vini di questa cantina. Il frutto inizia appena ad evolvere, si accompagna a note di erbe, spezie e china. Persistente, lungo. Da bere entro quattro o cinque anni. (91/100)

Feudo Cavaliere, Etna Rosso Millemetri 2012. Vigne nel versante sud a 1000 metri, su terrazze spettacolari. Suoli di sabbie molto ricche di minerali. Clima con grandi escursioni termiche. Riduzione iniziale, vino che vuole comunicare potenza e concentrazione, senza però cadere nella pesantezza. Grasso, ha tannini abbondanti ma fini e maturi. (90/100)

Calabretta, Terre Siciliane Nerello Mascalese Vigne Vecchie 2010. Vecchie viti di ottanta anni, suolo vulcanico a 750 metri. Fermentazione spontanea, nessuna chiarifica o filtrazione. Affinamento molto particolare: sette anni in botti di rovere di Slavonia e un anno di bottiglia. Vuole essere un’espressione viscerale dell’Etna, una spremuta di vulcano, senza compromessi. Vino libero, portato dalla volatile, con aromi di erbe medicinali e infusione. Anche se tannico ha una fenomenale finezza. Tenetelo in cantina qualche anno, senza fretta. (90/100)

Frank Cornelissen, Munjebel Rosso Zottorinoto Chiusa Spagnola 2017. L’azienda nasce nel 1991, quando ancora l’Etna vinicolo era sconosciuto. L’idea di Frank è che l’uomo è incapace di capire la natura nella sua totalità e complessità. Per questo si cerca di aiutare la pianta a crescere, se possibile senza alcun intervento, nemmeno trattamenti biologici o biodinamici. La natura va accettata nel bene e nel male per quello che offre. Da cui il rifiuto di rientrare in qualsiasi classificazione. Le nuove piante sono su piede franco da selezioni massali molto vecchie. Rese da trecento a seicento grammi per pianta con potatura stretta. Avete capito quindi che ci troviamo di fronte a un progetto originale, che si può o meno condividiere, ma che porta all’estremo ogni scelta in vigna e in cantina, dove si lavora solo con lieviti spontanei, con fermentazioni di sessanta giorni sulle bucce e maturazioni in sola vetroresina. Solfiti pochi o assenti. Vinificazione per singolo vigneto, alla borgognona. Questo vigneto si trova a 625 metri, vigna del 1925 su piede franco, suolo di lava. Naso avvolgente, potente e alcolico, presenza importante di alcol. Il frutto è sotto spirito. Grande lunghezza, complessità e concentrazione. (91/100)

Frank Cornelissen, Munjebel Rosso Le Vigne Alte 2017. Come recita il nome, si tratta del vigneto più alto, tra 870 e 1000 metri. Vigne di novanta anni su suolo di pietra lavica terrazzato. È il vino più elegante di Frank, la componente alcolica rimane in sottofondo e ne guadagna l’espressione del terroir. Naso di fragole e cenere, una decisa mineralità. La potenza qui diventa lunghezza, il vino si stende a lungo e resta fine. (92/100)

Frank Cornelissen, Magma Rosso Contrada Barbabecchi 2017. Vigna del 1910 a piede franco, piantata a 900 metri. Ritorna la potenza del primo, questa volta fusa con la finezza del secondo. Ancora un po’ chiuso, fermo. Profuma di roccia calda, erbe e spezie fini. Tonico, ricco e fine, si impone con evidenza. Finale energico di ciliegie confit e timo. La materia chiede di essere attesa, non abbiate fretta. (93/100)


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1 comment

  1. Giuseppe Rispondi

    Perché i vini di Cornelissen sono stati serviti per ultimi?