Top 100 di Wine Spectator, perché l’Amarone è fuori?

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A me non piace che si parli di vini “importanti” o di “grandi vini”, perché è come dire che gli altri non sono importanti per nulla o che sono vini modesti, piccolini. Comunque, per banalizzare, credo che sia opinione largamente condivisa che i “grandi vini” italiani – intesi come denominazioni e territori – siano, tra i rossi, il Barolo, il Barbaresco, il Brunello di Montalcino e l’Amarone, con il Chianti Classico magari un po’ in subordine (ma c’è anche lui), e non se ne abbiano a male i produttori del Sud se non cito loro vini, che pure stanno facendo passi da gigante.
Ora, se andiamo a leggere l’edizione 2016 della classifica più importante al mondo, ossia la Top 100 di Wine Spectator, vediamo che i “grandi vini” italiani effettivamente ci sono dentro. C’è il Barbaresco, che guida il gruppo italiano, c’è il Barolo, c’è il Brunello, c’è anche il Chianti. Però, come era già accaduto altre volte in passato, manca l’Amarone. Eppure la Top 100 di Wine Spectator strizza l’occhio soprattutto al mercato statunitense, dove la stella amaronista sembra continuare a brillare. Eppure, di nuovo, non mancano etichette di Amarone che nel corso dell’anno ottengano punteggi da urlo da Wine Spectator. Ma poi nella Top 100 del magazine l’Amarone non ce lo mettono.
Ci era tornato l’anno scorso con un Amarone di Masi, che stava addirittura all’ottavo posto, ma l’anno prima era totalmente assente, così come del resto era fuori tutto il Veneto, quest’anno peraltro presente solo con un bianco igt di Anselmi.
Che succede, dunque, all’Amarone? Come mai Wine Spectator lo snobba nella lista che conta davvero?
La Top 100 si basa, secondo quel che dice la rivista a stelle e strisce, non solo sul punteggio ottenuto dal singolo vino, ma anche al fatto che quel vino risulti eccellente per “quality, value, availability and excitement”. La qualità di qualche Amarone è fuori discussione, vedendo i rating attribuiti in corso d’anno. Magari non brilla per “value”, perché forse è un po’ caro, ma in classifica ci sono vini ben più cari di un Amarone. La reperibilità di certe etichette valpolicellesi sul mercato Usa è fuori discussione. Sarà mica che non è più sufficientemente “exciting”? Sarà mica che sta diventano un po’ scontato, privo di slancio, di novità, di capacità di far parlare di sé?
Una spiegazione deve esserci, perbacco. È l’Amarone, vivaddio, mica un vinello qualunque.


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2 comments

  1. Alessio Rispondi

    A mio modesto parere, in un mercato teso sempre più verso la ricerca di vini strutturati ma un po’ meno alcolici, l’amarone, per sua natura, non può fare a meno di quel grado alcolico che gli è intrinseco.

  2. Sebastiano Carron Rispondi

    Non sono stupito. Io stesso sono diventato titubante con l’amarone. Non è che si è “evoluto” troppo? In ogni caso, gira e rigira, torno sempre alla cantina di Negrar