Toh, anche in Giappone cominciano a far vini di terroir

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Ricordo vagamente di aver bevuto un vino giapponese, e non mi aveva fatto una grande impressione. Sta di fatto che in Giappone sta crescendo il numero di aziende che fanno vino e di pari passo viene aggiornato il sistema legislativo in materia vinicola. Del resto, ce n’era bisogno, perché da quelle parti si poteva chiamare giapponese anche un vino fatto con mosto concentrato proveniente da chissà dove. Invece adesso si comincia addirittura a parlare di terroir giapponesi. Un bel salto in avanti. A raccontarlo è Julian Littler su Wine Spectator in un articolo intitolato Defining Japan’s Terroir.

Dice Littler che prima delle nuove regole, entrate in vigore nell’ottobre del 2018, la normativa era piuttosto vaga da quelle parti. L’origine dei mosti e delle uve non contava granché. Fatta eccezione per le prefetture di Yamanashi e Nagano, che vantano una certa tradizione e che hanno ottenuto la tutela della menzione una decina di anni fa, non c’era poi alcuna regola per le altre località. Insomma, una gran confusione per il bevitore di vino made in Japan.

Adesso non è più così. Adesso si può chiamare giapponese solo un vino fatto col cento per cento di uva ottenuta da vigne coltivate in Giappone. In più c’è un nuovo sistema di menzioni geografiche, e solo i vini che siano fatti almeno per l’ottantacinque per cento con le uve di uno specifico territorio possono riportarne l’indicazione il etichetta. Idem per i vini varietali, perché ora si può mettere in etichetta il nome del vitigno solo se è stato effettivamente usato almeno nella misura dell’ottantacinque per cento (e la regola in questo caso è uguale alla nostra).

Insomma, anche in Giappone stanno arrivando le doc.


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