Tiefenbrunner e il coraggio del tappo a vite

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La cantina altoatesina dei Tiefenbrunner adottò la chiusura a vite nel 2006, e in quegli anni fu un atto di coraggio. “Lo abbiamo usato sul Feldmarschall – ha ricordato Christof Tiefenbrunner nel corso di una recente degustazione virtuale (perché si sa che anche dopo il lockdown si è dovuto continuare a parlare di vino tramite il web) – per dare il messaggio che il tappo a vite funziona anche sui vini di alta qualità”, e infatti il Feldmarschall è il premiatissimo e ambito Müller Thurgau della cantina. “Era un vino noto, insostituibile nelle carte, per cui si poteva tappare come si voleva. Solo due clienti l’hanno rifiutato” ha aggiunto. E poi, con una punta di rammarico: “Se tutti avessero usato subito il tappo a vite sui vini di alta qualità, come hanno fatto in Nuova zelanda, ci si sarebbe abituati a pensare che questa è la norma”. Ma questo non è avvenuto, e su vini diversi la scelta del tappo a vite si è dimostrata in salita, anche da Tiefenbrunner. Sul Sauvignon Blanc, per esempio, hanno visto calare la domanda del venti per cento. Assurdo, soprattutto perché il Sauvignon Blanc Turmhof è anch’esso un grande vino.

Durante il tasting cui accennavo ne ho assaggiata l’annata 2017 (i vini erano stati inviati dal Consorzio Vini Alto Adige) e a dire il vero l’ho anche bevuta, perché il vino mi è strapiaciuto, al punto che non ho resistito a portarmelo in tavola. Tipicissimo nei profumi di fiori di sambuco e di mango (eh, già, il sauvignon quand’è maturo e viene in terre vocate ha questi profumi, altro che erbaceità malmature o pipì di gatto) ha una tensione strepitosa e la freschezza invade il palato a ondate. Vino elegante e, insieme, caratteriale. Il fatto che sia chiuso col tappo a vite è un plusvalore, altroché. Perché, come ha sottolineato Christof Tiefenbrunner, “se apri sei bottiglie le trovi tutte uguali anche dopo cinque anni, questo è il vantaggio del tappo a vite”. Applauso.

Alto Adige Sauvignon Blanc Turmhof 2017 Tiefenbrunner
(93/100)

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