Il terroir ha bisogno di cultura

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Mi hanno invitato a tenere una relazione in un convegno dedicato alla figura dell’animatore culturale ambientale. Il titolo che mi è stato assegnato è questo: “Il patrimonio enogastronomico, il ruolo dell’Animazione Culturale Ambientale per la sua valorizzazione”, a organizzare è il Centro Turistico Giovanile.

Ha senso parlare di animazione culturale e ambientale parlando di enogastronomia? Certo che ha senso, ha tantissimo senso.

Io credo fortemente nell’idea di terroir, che è per me un concetto umanistico. In genere, soprattutto in Italia, si tende a credere che un prodotto dell’enogastronomia nasca da una sommatoria di fattori naturali e di fattori tecnici. Per esempio, si tende a ritenere che il vino derivi dalla combinazione di suolo, vitigno e clima, ma questa triade rappresenta il territorio, non il terroir. Per me il terroir aggiunge a questa terna razionalista un fattore – come dicevo – prettamente umanistico, che è l’orgoglio di appartenere a un territorio e di interpretarlo attraverso una produzione agroalimentare. Dunque, nella narrazione della sua origine sono coinvolte conoscenze di storia, etnografia, tradizione, folclore, religiosità, antropologia, insomma cultura. Ecco, serve – servirebbe – tanta cultura per raccontare il terroir e le sue interpretazioni che si fanno in cantina, nel caseificio, nel frantoio.

È di questo che parlerò. Ed è un peccato che qui da noi, in Italia, non abbiamo ancora capito che è questa l’anima vera che dobbiamo narrare, e che per narrarla occorra conoscerla. Che insomma all’enogastronomia serve chi narra la cultura e il suo ambiente, naturale ed umano.


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