Di nuovo su Terregiunte, vino d’Italia e vin de France

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Sui social, su internet in genere, le polemiche montano come certi temporali d’estate che sono furiosi ma di lì a poche ore sono dimenticati. Così è accaduto per il Terregiunte, il “vino d’Italia” nato da una joint ventur tra la Masi, nome storico della Valpolicella, e la Futura 14, la cantina di Bruno Vespa, in Puglia. Un vino che nasce da una cuvée tra una matrice valpolicellese e una pugliese. Le discussioni, le diatribe, le invettive, le animosità hanno spazzato in lungo e in largo le pagine virtuali per poi assopirsi. Ebbene, io torno a parlarne.

Ne parlo perché voglio riprendere il ragionamento che proposi allora, e cioè che questo rosso così tanto mediaticamente discusso, e dal prezzo annunciato piuttosto elevato (intorno ai 100 euro al pezzo) mi sembra aprire una strada nuova, che consiste nel collocare le bottiglie che stanno sotto la menzione “vino d’Italia” su una scala commerciale ben più elevata rispetto a quella sinora assegnata loro (il “vino d’Italia” più noto era sinora il Tavernello, vedete voi).

La dicitura “vino d’Italia”, che si può dare a quello che in passato era chiamato “vino da tavola” (dizione che giuridicamente non esiste più), è una chance ben poco sfruttata qui da noi, se non, appunto, per delle produzioni molto “basic”. Ed è un errore. L’ennesimo errore di un Paese, il nostro, che non sa giocare fino in fondo le proprie carte. Anche dal lato del marketing.

Ricordavo che invece di là delle Alpi, in terra francese, tra i “vin de France” si trovano “anche” dei vini notevolissimi. A prezzi di tutto rispetto. Segno che i produttori transalpini la loro carta della dizione “nazionale” l’hanno saputa giocare molto bene. Senza polemizzarci troppo su. E non regge l’osservazione che alcuni mi hanno fatto, e cioè che là da loro il “vin de France” sarebbe decollato perché ne hanno fatto una bandiera i vigneron “naturali” che “rifiutano” le denominazioni d’origine. Non reggeva prima, quest’osservazione, e a maggior ragione non regge ora che è uscita una notizia che a mio avviso fa piuttosto riflettere sulla diversa maniera che hanno là di pensare alla menzione “nazionale” dell’ex “vin de table”.

La notizia (io l’ho letta su La Revue du Vin de France) è quella di un nuovo “vin de France” che sta per uscire sul mercato a un prezzo stellare: 30.000 – diconsi trentamila – euro a bottiglia per l’annata 2015. Le bottiglie sono solo cinquecento e in commercio ne andranno appena duecentoquaranta.

Il produttore è Liber Pater, un’azienda bordolese che esce usualmente col suo vino sotto l’appellation Graves. Dunque, non un “estremista” che “rifiuta” le denominazioni d’origine. Già il suo Graves spunta prezzi piuttosto elevati, oltre i 4 mila euro a bottiglia. Ma stavolta – come dire – “sbanca il botteghino”. Perché 30 mila euro sono davvero tanti. E sono 30 mila euro per un “vin de France” fatto con “uve autoctone da vigne a piede franco”.

Ora, torno a dirlo: al di là delle “anomalie comunicazionali” che hanno accompagnato l’annuncio del Terregiunte, il fatto che nomi arcinoti come Boscaini (Masi) e Vespa abbiano deciso di uscire con un “vino d’Italia” a cento euro a bottiglia è a mio avviso una buona notizia per il vino delle nostre parti, perché può aprire prospettive totalmente nuove, “sdoganando” la menzione nazionale in fascia alta. Anche se siamo ancora lontanissimi dagli orizzonti sui quali osano i francesi con il loro “vin de France”. Una distanza che oggi si misura in tre decine di migliaia di euro a bottiglia. Non è il caso di meditarci seriamente?


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