Tempus non fugit

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Resto affascinato dai “vecchi” Bordeaux, e l’aggettivo “vecchi” l’ho virgolettato perché quanto mai improprio per i Bordeaux che affrontano il tempo. Per loro, anzi, il tempo non fugge, tempus non fugit. Mi stupisco sempre di quanto possano stare perfettamente fianco a fianco un rosso bordolese sessantenne e un trentenne – e parlo dei vini ante-Parker, ché dopo, a partire grosso modo dagli anni Ottanta, le cose sono molto cambiate, purtroppo – e di come parlino sostanzialmente la stessa lingua, con una continuità che lascia a bocc’aperta.

L’ennesima riprova l’ho avuta in una degustazione che ho organizzato poche sere fa. Nei calici rossi di Bordeaux delle annate che finiscono col nove della seconda metà del ‘900, e dunque il 1999, il 1989 e poi il 1979, il 1969 per finire con il 1959. Tre vini per annata.

Mi piaceva confrontare questi vini con una discontinuità decennale tra una vendemmia e l’altra. Anche se si trattò di annate enormemente diverse tra di loro. Ovvio che nella regione bordolese ci sono ogni anno sfumature anche significative nell’esito del millesimo, e dunque non si può generalizzare, ma comunque generalizzando (occorre farlo per arrivare a una sintesi), se guardo al parere per esempio di un sito come The Wine Cellar Insider, la ’59 e la ’89 furono vendemmie eccellenti, quotate entrambe 95 centesimi, mentre la ’69 fu pessima, con un rating di 60 centesimi e l’avvertenza “avoid these wines” (evita ‘sti vini), mentre furono medie la ’99 e la ’79, rispettivamente valutate 86 e 84 centesimi. Il che è stato nei fatti almeno in parte smentito dai nostri assaggi, dato che abbiamo trovato dei piacevolissimi rossi del ’69. Perché i vini buoni ci sono anche nelle annate peggiori (bisogna saperli e volerli cercare, tutto qui), e sono quelli che ti stupiscono di più, e proprio questo è uno degli elementi del per me sempiterno fascino di Bordeaux. Tant’è che alla fine, chiedendo ai dodici presenti, me compreso, quale fosse l’annata che mediamente li avesse più intrigati, ci si è divisi in parti pressoché uguali fra le quattro di maggiore età, mentre nessuno ha optato per la più recente, figlia della filosofia parkeriana tutta potenza e struttura. In ogni caso, i vini a prevalenza di merlot sono stati quelli che hanno in genere prevalso, e anche questo ci ha un po’ sorpreso.

Comunque, per chi volesse togliersi la curiosità, ecco con pochissime sintetiche note cosa abbiamo avuto nei calici. In ordine di apparizione.

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1959 Château Grand Corbin-Despagne. Due terzi di merlot. Incenso e frutto e sale. Tannino cesellato. Giovanile. Sì, giovanile. (90/100)

Saint-Estèphe 1959 Château Le Crock. Prevalenza di cabernet sauvignon. Ferroso, rugginoso, comunque ingentilito da una confortante presenza salina. Cede alla distanza. (80/100)

Saint-Émilion 1959 Château Belair. Prevalenza di merlot. Il vincitore assoluto. Elegantissimo e scattante e succoso di frutto e balsamico. Smagliante giovinezza sessantina. (95/100)

Pomerol 1969 Château Église Clinet. Soprattutto merlot. Vivace nella freschezza e nel frutto. Esile, ma di grande allungo, si fa strabere, alla faccia dei pareri negativi sull’annata. (89/100)

Margaux Grand Cru Classé 1969 Château Boyd Cantenac. Maggioranza di cabernet sauvignon. Leggermente segnato dal tappo, non ha un grande smalto. (80/100)

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1969 Château La Tour du Pin Figeac. Maggioritario il merlot. Balsamico, ematico, rugginoso, è sorretto da un tannino perfetto. (88/100)

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1979 Château Croque Michotte. Merlor in maggioranza. Ritroso nel concedersi, si apre con lentezza su un frutto decadente. Bel tannino. (86/100)

Graves Grand Cru Classé 1979 Château Malartic-Lagravière. Merlot e i cabernet in parti uguali. Ha un frutto nitidissimo e cristallino e una sottile vena erbacea. (90/100)

Pauillac 1979 Château Haut-Bages Averous. Prevale il cabernet sauvignon, credo. Ma – ahi, ahi – la volatile è pestifera e finisce per appesantire il frutto. (80/100)

Margaux Grand Cru Classé 1989 Château Prieuré-Lichine. Prevale di poco il cabernet e, signori miei, questo è un gran vino. Compatto, dotato di strepitosa finezza. (94/100)

Margaux Grand Cru Classé 1989 Château Lascombes.  Prevalenza di poco il cabernet. Appena un dubbio sul tappo, aed è un peccato, perché il vino comunque merita assai. (90/100)

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1989 Château Petit-Val. Merlot in maggioranza. Ci mette un sacco a farsi avanti. Veste di fustagno, rusticheggia, ma merita. (88/100)

Moulis-en-Médoc 1999 Château Poujeaux. Lo cito solo per onor di cronaca, perché il tappo qui ha avuto purtroppo la meglio sul vino. Amen.

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1999 Château Franc-Mayne. Il merlot sugli scudi. Un vino fatto gran bene, ha frutto e tannino e muscolo, figlio del suo tempo. (86/100)

Saint-Estèphe Grand Cru Classé 1999 Château Lafon-Rochet. Più cabernet. Non si concede con facilità nel calice, ed è la struttura ad avere la primazia. (84/100)

PS: encomio massimo per la zuppetta di fagiano e castagne che Mari Vedovelli, la cuoca del Giardino delle Esperidi di Bardolino (la degustazione l’abbiamo fatta lì), ha preparato per le annate più agée dei Bordeaux (abbinamento da applauso, da replica, da bis.)


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