I Tedeschi e le cinque forme dell’Amarone

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Dalla Valpolicella del vino arrivano in questi giorni segnali abbastanza diversificati, riguardo alle prospettive future. Chi sembra propondere per la ricerca di una più spiccata identità territoriale da rinvenire soprattutto nei vini da uve fresche, chi guarda invece ad una maggiore espressione identitaria per i vini da appassimento. Va detto che le due opzioni non appaiono, in sé, incompatibili, un po’ perché i disciplinari consentono di fare scelte vendemmiali che si sovrappongono sul medesimo vigneto (da una sola vigna si possono teoricamente trarre vini ricadenti sotto ben quattro denominazioni  di origine, ossia Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto), un po’ perché si può pensare ad una progressiva specializzazione dei vigneti, in base a una vocazionalità che dipende anche dall’altitudine o dai suoli o dalle giaciture.

Peraltro, prendo atto con piacere del fatto che alcune aziende si stiano orientando con decisione verso una maggiore articolazione dei modi d’interpretare lo stesso Amarone, mentre in passato era semmai distinguibile tutt’al più in termini di bipolarità dello stile, lasciando all’appassionato la sola scelta tra il vino più tradizionalista (talora tendenzialmente ossidativo) e quello più modernista (che però spesso volgeva verso la morbidezza). Ora vedo che invece alcune aziende hanno preso a proporne più etichette, e ogni etichetta diventa l’espressione di una specificità concettuale o territoriale, il che è ottima cosa, che apre a possibili nuovi e più articolati scenari.

Tra le capofila di questo nuovo e più caleidoscopico orientamento amaronista c’è la cantina della famiglia Tedeschi, che ha sede nella Valpolicella storica, a Pedemonte, e vigneti in zona classica e anche, ormai da vari anni, nell’area più ad est. Mi sento di ipotizzare che questa duplice disponibilità di localizzazioni geografiche abbia felicemente costretto i Tedeschi, nati come “classicisti”, a riflettere con crescente profondità di pensiero sulle sfaccettature dei territori valpolicellesi, traendone indicazioni di dettaglio grazie ad un intenso lavoro di zonazione delle proprietà aziendali e di mappatura dei caratteri aromatici che contraddistinguono i singoli siti. Di questa multiforme essenza stanno dando sempre più palese testimonianza nei vini.

Le etichette di Amarone dei Tedeschi sono così salite a cinque, e ho avuto modo di assaggiarle tutte. Ovviamente corrispondono ad annate diverse, giacché i tempi di affinamento variano dall’uno all’altro vino, anche in relazione all’idea di destinazione finale, ma la ricerca dell’espressività e della finezza restano trasversalmente costanti. Qui di seguito racconto le mie impressioni.

Amarone della Valpolicella Marne 180 2017. Il nome parla dei terreni marnosi e dell’esposizione delle vigne, che varia da sudovest a sudest, in un’ampiezza di centottanta gradi. Potrei dire che questa è la versione più immediata dell’Amarone, ammesso che per un vino così si possa parlare di immediatezza. Ha un carattere nervoso, fresco, sapido, floreale, perfino officinale. Torno a sottolineare la considerevole freschezza, mutuata da un millesimo difficile,  interpretato in maniera impeccabile. (92/100)

Amarone della Valpolicella Ansari 2016. Ansari è un acronimo che nasce dalla fusione dei nomi dei fratelli Tedeschi, ossia Riccardo, Antonietta e Sabrina. Si tratta di un’etichetta che ha fatto recentissimo esordio e che a mio avviso ricorda parecchio l’Amarone d’antan, quello più rusticheggiante nell’approccio, e dunque maggiormente orientato alle frutta secca, ai fiori macerati, alla traccia di cacao in polvere, e ovviamente al sale, tipicamente valpolicellista, pur sfoggiando parecchio frutto rosso. (90/100)

Amarone della Valpolicella Classico Monte Olmi Riserva 2016. Il Monte Olmi è un “classico” ed è tale non solo per la geografia della vigna, che rappresenta una sorta di “cru” di Pedemonte, nella Valpolicella storica, ma anche e soprattutto per la proverbiale eleganza fruttata. Alla ciliegia surmatura si associano le spezie minute, il fico, le olive nere, il timo, l’origano. Il sorso è nervoso, c’è marcata grinta giovanile. Se penso all’eleganza dell’Amarone, penso al Monte Olmi, vino da attendere con pazienza. (94/100)

Amarone della Valpolicella Riserva Maternigo 2016. La novità. La Riserva della tenuta di Maternigo, tra i comuni di Tregnago e di Mezzane di Sopra, nell’Est Veronese. Il vigneto, in particolare, è il Barila, che si distingue per una bassissima vigoria e di conseguenza per delle uve che apportano una struttura decisa. Pur potente in frutto e struttura, mantiene intatta l’indole fresca e terrosa che mi è sempre piaciuto trovare nel Valpolicella della medesima tenuta. Darà il meglio di sé negli anni a venire. (93/100)

Amarone della Valpolicella Classico Riserva Fabriseria 2015. Il vigneto Fabriseria è su una collina della zona classica, tra i comuni di Fumane e di Sant’Ambrogio di Valpolicella. Di questo 2015 mi resterà impressa la fascinosa ricercatezza floreale, quella che ti fa capire perché l’Amarone possa essere un vino unico, inimitabile. Poi, il sale, l’acidità, e quel tannino austero, insieme a un frutto che mi viene da definire luminoso, com’è luminosa la ciliegia colta in una giornata di cielo terso valpolicellese. (95/100)


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