Suvvia, almeno non chiamiamole anfore

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Lo ammetto subito, così sono chiaro fin dall’inizio: questo è un articoletto puntiglioso, ripetitivo e dunque palloso. Però davvero non se ne può più delle anfore. Insomma, ormai se fai vino e non hai almeno un’anfora in cantina ti devi quasi sentire un derelitto. Ma non è mica questo che mi fa esser puntiglioso.

Piuttosto, è il fatto che si continui a chiamar anfora quel che anfora non è. Il vocabolario Treccani dice che l’anfora è un “vaso a due anse, adatto al trasporto e alla conservazione dei liquidi”. Definizione cui spesso non si addice per niente a quel che vedo nelle cantine.

Usate i kvevri georgiani? Chiamateli kvevri. Altrimenti vasi vinari in terracotta. Il nome di anfora lasciatelo all’anfora, quella vera, che appartiene alla storia mediterranea del vino, e se proprio volete chiamarle anfore compratevi delle anfore vere.

Di anfore antiche ne ho viste di recente di bellissime nel museo della Fortezza spagnola di Porto Santo Stefano, sull’Argentario. Venivano da navi naufragate tra la costa toscana e la Sardegna. Guardandole, ammirandole, pensavo a quanto vino attraversava i mari nell’antichità. E a quante navi hanno fatto naufragio sulle rotte del Mediterraneo, portando bronzo e rame e olio e vino e statue. C’era già allora grande intraprendenza, e si rischiava tanto per quei commerci in viaggi insidiosi e si pagavano tributi altissimi in vite umane.

La civiltà del vino è anche storia di sacrifici enormi, di fatiche, di sudore, di dolore, di morte.


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