I sorprendenti vini dell’Armenia

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Frequento per ragioni professionali tutte le principali fiere del vino. Quello che però non dimentico mai, è che la passione che mi guida va alimentata, e quindi trovo doveroso ritagliarmi dei piccoli spazi non appena mi è permesso. Quest’anno a Wine Paris ho provato alcuni vini dell’Armenia, e non me ne sono pentito. Il tempo investito mi ha ricompensato con delle belle scoperte.

Se non avete idea di dove si trovi l’Armenia, posso dirvi che è incastonata tra la Turchia, l’Iran, la Georgia e l’Azerbaidjan, siamo quindi nel sud del Caucaso. Non vi sfuggirà il fatto che gli archeologi collochino la nascita della viticoltura proprio da queste parti. Già nell’VIII secolo a.C. ci si riferiva all’Armenia come “la terra dei vigneti”. La grotta di Areni 1 ospita un sito risalente al 4000 a.C., considerato il più antico nel quale si siano trovate tracce di strumenti atti alla produzione di vino, tra i quali una pressa di generose dimensioni per l’epoca, segno che da qui si commerciava su grande scala.

I vigneti si trovano spesso ad altezze superiori ai 1000 metri, e largo spazio è lasciato a varietà autctone. Tra i rossi va citato l’areni nero, un’uva con oltre 6000 anni di storia e rimasta intatta fino ad oggi, i geni originali sono ancora gli stessi. Tra le sue doti principali ci sono la sua straordinaria capacità di adattarsi al duro clima continentale e la resistenza alle malattie. Non è stato colpito dalla fillossera. Ha una buccia spessa e molta acidità, una polpa succosa e poco colore. La maturazione è tardiva, tra settembre e ottobre.

Tra le uve bianche va citato il voskéhat, il cui nome significa “chicco d’oro”. Per la sua finezza è considerata la regina delle varietà armene, e ha una storia documentata di 3500 anni. Gli acini sono piccoli e la buccia è sottile. E’ tardiva e teme le malattie e il gelo.

Questi i tre vini degustati.

Trinity, EH 2016. Un bianco prodotto da 100% di voskéhat nella regione di Vayots Dzor, nei pressi della grotta Areni 1, a 1300 metri di altitudine sul mare. La vinificazione è classica senza diraspamento delle uve. È l’unica cantina bio certificata. Produzione di circa 5000 bottiglie. Colore molto chiaro, naso aromatico, per certi versi ricorda il moscato, anche se gli aromi sono poi diversi. Leggero con sentori selvaggi accanto a salvia e agrumi. Leggero con finale balsamico. Sorprendente. (87/100)

Zorah, Karasi 2016. Un rosso da uve areni nero, prodotto nella regione di Vayots Dzor su suoli sabbiosi e calcarei ricchi di pietre, a 1400 metri di altitudine. Karasi significa anfora. La fermentazione avviene in contenitori di cemento non rivestito a partire da lieviti spontanei. Il vino si affina poi in anfore antiche di taglie diverse per dodici mesi. Alcune sono messe sottoterra, altre invece rimangono sopra la superficie. Da rimarcare che la porosità di questi contenitori è dieci volte inferiore a quella del legno. Da subito colpisce la sensazione di purezza, di frutta schiacciata. Parte piuttosto timido per rivelare il suo carattere al palato. Qui a impressionare è la qualità del tannino, fittissimo e impercettibile al tempo stesso. Non credo che il legno riesca a donare questo tipo di sensazioni. Anche l’alcol rimane in secondo piano, non fa nulla per farsi notare. Lungo e balsamico, un vino di una straordinaria eleganza. (91/100)

Trinity, 6100 2017. Un altro areni nero in purezza. La regione gode di oltre trecento giorni di sole l’anno e questo è fondamentale per ottenere uve molto mature. Dopo una fermentazione classica in acciaio, il vino resta sei mesi in barriques non nuove di rovere caucasico. L’annata ha visto una raccolta decimata a causa del gelo, il vigneto si trova a 1400 metri. Il bianco non è stato ad esempio nemmeno prodotto. Ancora un colore leggero, molto attraente. Naso incredibile che a tratti ricorda il ruché per le sue note selvagge e di rosa. Sa restare fino e leggero, la parte aromatica non è mai sovrastante. Lungo e fine, ha un frutto di una persistenza incredibile, termina su fiori e frutta acidula. (92/100)

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