Sì, il sapore di tappo è ancora un problema

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“In base alle mie conversazioni con i produttori di vino negli anni, mi sono fatto l’impressione che in molti pensino che l’odore di tappo sia in questo momento a un livello basso e forse perfino accettabile. La mia esperienza dice altrimenti”.

Ecco, questa frase potrebbe essere mia. Invece è di Sean P. Sullivan, uno dei collaboratori di Wine Enthusiast, la rivista americana. La dice come incipit di un pezzo – per me magistrale per la sua semplicità e chiarezza – che s’intitola “Yes, Cork Taint is Still a Problem“, sì, l’odore di tappo è ancora un problema.

Sullivan racconta che il 3,59% dei 1.200 vini chiusi col sughero naturale assaggiati l’anno scorso sapevano di tappo. E non si trattava di vini di fascia bassa, perché il prezzo medio era sui 36 dollari. “È una percentuale completamente inaccettabile”, afferma. Infatti, dico io, se applico quella percentuale a quel numero di vini, vuol dire che le bottiglie da buttare nel lavandino sono state una quarantina, e a quel prezzo medio significano più di 1.500 dollari, mica poco.

Adesso lo so che ci sarà chi leggendo queste cose salterà su a dire che la sua esperienza è diversa e che così tanti vini “tappati” non li ha mai trovati nelle fasce di qualità. Può essere che non li abbia mai trovati semplicemente perché ha una sensibilità più bassa all’odore di tappo. Sullivan spiega che si ritiene che un 5% di persone sia particolarmente sensibile alla percezione dell’odore di tappo e che il loro livello di sensibilità arrivi ad essere superiore di 200 volte rispetto ai bevitori meno sensibili. “Penso che molta gente, e certamente la maggior parte dei professionisti del vino – scrive -, ritenga che se la bottiglia sa di tappo, certamente la individuerà. Ma non è necessariamente così. È possibile che uno staff impegnato ad assaggiare in una sala di degustazione possa stappare cento bottiglie senza mai trovare un vino che sa di tappo, ma che qualcun altro che è naturalmente più sensibile invece ne trovi”. Vero, verissimo.

Senza considerare quelli che io chiamo i “danni collaterali”, ossia quei vini che non sanno precisamente di tappo, ma che certamente presentano significative deviazioni organolettiche. “Il problema più dannoso – osserva infatti giustamente Sullivan – arriva quando una bottiglia può non sapere abbastanza di tappo da essere identificata come difettosa, ma induce una persona a pensare erroneamente che quello che ha nel bicchiere non sia un vino particolarmente buono”.

“Per me – conclude Sullivan -, l’odore di tappo rimane un problema significativo, certamente nei vini che assaggio. È un problema che non considererò completamente affrontato finché tutti i vini non avranno più odori causati dal tappo. Puntare a qualcosa di diverso è sparare troppo in basso”.

Bravo.


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3 comments

  1. Francesco Salano Rispondi

    Condivido tutto quello che è stato scritto.
    Bisogna spingere i produttori a non temere le novità ed osservare quello che viene fatto all’estero, leggasi tappo a vite anche su grandi vini.
    ma in Italia siamo lenti a mollare le tradizioni e lentissimi ad introdurre le modernizzazioni, purtroppo.
    Aspettiamo cmq fiduciosi.

    Francesco Salano

  2. mariekekazen Rispondi

    Occhio, perché salta un “tappo” che fa comodo a tanti (in primis al Chairman) e occhio anche perché le logiche di mercato vogliono un profondo rinnovamento del roster (ergo: non saranno possibili confronti).

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Che saltino le logiche che fanno comodo a tanti sinceramente non m’importa. A me interessa non buttare nel lavandino i miei soldi per delle banali scelte tecniche fatte da chi produce il vino.