Senza intervento umano il vino non esiste

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Il nome di Cairanne e quello di Marcel Richaud magari dicono poco dalle nostre parti, ma in Francia godono entrambi di alta considerazione. Il primo è un paesino del dipartimento della Vaucluse, nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Gli appassionati dei vini della Côte du Rhône lo conoscono bene, e a farne apprezzare nel tempo il grandissimo potenziale è stato proprio Marcel Richaud, uno dei vignaioli-mito della zona, attivo da più di quarant’anni, e tra i primi a fare scelte “non interventiste”, guadagnandosi il rispetto del mondo “naturale” transalpino. Pratiche bio, lieviti indigeni, niente filtrazioni. Però un po’ di solforosa sì, quella la usa. Perché “senza intervento umano, il vino non esiste, non si conserva, diventa aceto”, ha detto in un’intervista alla Revue de Vin de France.

Ci sono un paio di passaggi, in quell’intervista, che a mio avviso meritano di essere letti attentamente.

Il primo riguarda le motivazioni della scelta di ridurre al minimo indispensabile l’intervento in vigna e in cantina.

“Al mio esordio – racconta Marcel Richaud -, ho prodotto ‘vini enologici’ formattati, che vinificavo senza dare ascolto al mio terroir, seguendo dei protocolli. Certo, i vini non erano niente male, ma non avevano anima. Non c’era alcuna riflessione su quello di cui si parla ora, l’estetica del vino. È stato ascoltando la critica, dei giornalisti ma anche degli appassionati, che a poco a poco ho modificato il mio modo di vedere le cose e che mi sono reso conto, alla fine, che si doveva essere il meno interventisti possibile, all’opposto di quel che facevo all’inizio”.

Poi, come diretta conseguenza direi, ecco il tema dei solfiti.

“Ho incominciato a cacciar fuori del tutto i solfiti dalla mia cantina – dice Richaud – e devo riconoscere, guardando indietro, che non è stata per niente una buona idea. Ho prodotto una serie di vini che avevano una tendenza ossidativa terribile e, di nuovo, ho dovuto incontrare critiche. Per essere stato agli estremi di entrambi i lati, oggi ritengo chiaramente che la verità sia situata nel mezzo. La mia posizione è che ricorrere a un po’ di solforosa è spesso indispensabile per l’equilibrio del vino e la conservazione del suo frutto. Per fare dei grandi vini, occorre saper prendere dei rischi, ma anche saper restare dentro a certi limiti. Senza intervento umano, il vino non esiste, non si conserva, diventa aceto”.

Una posizione netta, chiara, anche coraggiosa.


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