Ha senso voler fare vini di territorio usando la chimica?

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Su queste pagine abbiamo più volte parlato della svolta ecologista (biologica o biodinamica o naturale che dir si voglia) che negli ultimi anni sta sconvolgendo il mondo agricolo e vinicolo in particolare. Al riguardo ognuno ha il suo parere. Quello che è incontrovertibile è la tendenza inarrestabile verso una viticoltura più pulita.

Lo si vede anche dal tipo di comunicazione adottato da produttori fino ad ieri insensibili all’argomento. Ho conservato per qualche tempo l’editoriale del mese di novembre 2018 di Denis Saverot, capo redattore de La Revue du Vin de France, rivista da sempre punto di riferimento per il vino francese. Anche la RVF da qualche anno si sta spostando sempre di più da una posizione molto scettica (per usare un eufemismo) verso i vini naturali, per abbracciare una linea molto più aperta e dialogante. Parlando dei vini biodinamici Saverot scrive: “Si tratta di un movimento di fondo. Domani, il grande vino, così come anche quello più modesto, non potranno più essere associati ai trattamenti chimici dei suoli e delle piante. Chi potrà essere fiero di stappare un Grand Cru di Champagne o di Chablis prodotto su un suolo diserbato al glifosato? Lungi dall’essere un handicap, l’arrivo del biologico costituisce il passaporto più sicuro per l’avvenire del vino. Mentre soffia il vento della globalizzazione, in Europa si va esprimendo il desiderio di tornare alle radici, di appartenenza, una sete di naturale e di autenticità. Per la loro storia, singolarità ed eccellenza, i vini francesi o italiani, i cru della Rioja come quelle della vallata del Reno, hanno, oltre al piacere che sanno apportare, la facoltà di restituire questa armonia così ricercata al giorno d’oggi. Purchè offrano all’appassionato una certa purezza”.

Mi sento di dire che raramente ho visto da parte di una rivista “di peso” una presa di posizione così netta. E condivisibile.

Se vogliamo che i vini siano il riflesso del loro territorio, non c’è altra scelta rispetto al biologico e all’assenza di chimica in cantina. Questo a mio avviso è l’unico modo di interpretare il senso della denominazione di origine. Un suolo, un clima. Un vignaiolo.

E aggiungo anche una o più varietà storicamente cresciute in quel luogo. Sperando che non prenda piede il ricorso a varietà che nulla hanno a che fare con il territorio.


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