Semplificare le doc?

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Ci sono talvolta degli interventi con i quali è difficile non essere d’accordo e contemporaneamente è difficile essere completamente d’accordo. Uno di questi l’ha scritto Giancarlo Gariglio, persona che stimo assai, qualche giorno fa sulle pagine web di Slowine. Titolo: “Al rogo del Denominazioni! Troppe e inutili. Voi vi fidate delle Doc, Docg o Igt?
Giancarlo se la prende in primis con “le doc dell’assessore”, quelle nate sulla carta solo a scopi elettorali o clientelari, e di fatto pressoché inesistenti. Fin qui sono d’accordo, ché non hanno senso di esistere, e se una doc non viene rivendicata, va cancellata.
Aggiunge: “Non c’è dubbio alcuno che le denominazioni siano prolificate senza un sistema centrale di controllo che avesse un po’ di senno”. E anche qui credo sia impossibile eccepire alcunché.
Poi spiega che quello delle denominazioni italiane, ma anche francesi, spagnole o, almeno in parte, tedesche, è “un sistema insostenibile dal punto di vista strategico”. Dunque, a suo avviso, “l’Italia e i suoi alleati europei hanno il dovere morale di semplificare questo sistema”, anche se subito agiunge che “una volta compiuta questa opera necessaria, di difendere a spada tratta questo patrimonio inestimabile di diversità”.
Capito. Ma non sono del tutto d’accordo. Perché nella semplificazione ci vedo un rischio enorme di cannibalizzazione proprio delle diversità, che sono invece, certamente, “inestimabili”.
Poi, non è detto che una piccola doc sia per forza una scelta sbagliata. Prendiamo la Francia. Là le doc si chiamano aoc, appellation d’origine contrôlée. Come molti appassionati di vino, nella Francia ho delle icone che considero intoccabili, e spesso sono dentro a delle denominazioni minuscole, ma proprio piccine picciò.
Ad esempio, in Provenza, c’è l’appellation Palette, che arriva a 45 ettari, prevede il bianco, il rosso e anche il rosato, e ha giusto un drappello di produttori, tra cui Chateau Simone, azienda che produce quello che considero uno dei più grandi rosé al mondo.
Oppure nella Loira c’è l’appellation Savennières-Coulée-de-Serrant, che fa appena 7 ettari, diconsi sette, e un solo produttore, ma quel produttore si chiama Nicolas Joly e che vino che ne tira fuori.
Non voglio infierire, ma rammento che in Borgogna c’è un’appellation che si chiama La Tâche, e mi pare che quel suo vino rosso fatto dal Domaine de la Romanée Conti non sia proprio niente male, nonostante tutta la denominazione arrivi appena a 5 ettari. Che se poi vogliamo vedere l’aoc Romanée-Conti, quella è d’un solo pezzettino di vigna, 1,63 ettari. Però.
Come fai a semplificare queste appellation? Mi si dirà che sono eccezioni, grandiose eccezioni. Obietto che è il territorio, è la diversità, è l’affermazione del particolare che crea la storia, ed è una grande storia, che va riconosciuta e alla quale si deve permettere di svilupparsi.
Se dunque proprio proprio si dovesse semplificare, lo si faccia con giudizio. Tanto giudizio. E siccome giudizio non ce n’è molto in giro, be’, qualche perplessità ce l’ho.


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