Per il rosé l’effetto lifestyle conta più della qualità

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Per chi beve rosé conta di più lo stile di vita che è correlato a questa tipologia di vino piuttosto che la qualità intrinseca del prodotto. Insomma, è soprattutto una questione di lifestyle, per dirla con una parola internazionale.
Ad affermarlo è stata Jordan Salcito. A New York, all’avvio di Vino 2017, un’iniziativa dell’Italian Trade Commission. Lei, Jordan Salcito, è la wine director del gruppo Momofuku, che gestisce ristoranti a New York, Sydney, Washington, Las Vegas e Toronto.
Delle sue dichiarazioni sui trend del vino italiano negli Stati Uniti ho letto in un articolo di Cathy Huyghe su Forbes. Uno dei trend è proprio quello del rosé. Direi “ovviamente”, visto il successo che hanno avuto i rosé nell’ultima manciata di anni da quelle parti. Peccato che ad aver successo siano stati sin qui soprattutto quelli francesi.
“Per quanto riguarda il rosé – scrive Cathy Huyghe -, Salcito ha rilevato che la qualità sembra contare meno. ‘Siamo ben al di là di gente che abbia un profondo interesse per la qualità quando si tratta di rosé’, ha detto. Nonostante qualche rimarchevole eccezione, c’è in generale un interessa maggiore per il lifestyle del rosé, che è avvincente ‘per chi forse ama l’idea di un rinfrescante bicchiere di vino, ma non vuole investire sui retroscena che sono invece richiesti per apprezzare uno dei più grandi vini del mondo’.”
Fondamentalmente sono d’accordo. Ovvio, con alcune “rimarchevole eccezioni”, per dirla con Jordan Salcito. Ma chi beve rosé credo cerchi soprattutto una maniera rilassata, informale, gioiosa, perfino golosa di bere, e davvero in genere è difficile trovare un vino che rappresenti meglio di un rosé questo approccio al vino. Forse solo il Prosecco, oppure anche lo Champagne. Mica male come compagni di viaggio per i rosé.


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