Rosé, la Puglia ha una crisi di identità

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L’ho scritto qualche giorno fa parlando del Mjere, dicendo che mi sembra “una bellissima espressione di quel che è il potenziale identitario del Salento Rosato” a cominciare dal colore, “un brillantissimo corallo che trasmette da subito un’aspettativa di robustezza del sorso”. Ecco, siccome sono convintissimo del fatto che il colore sia determinante nel riconoscimento dell’identità di un rosé, allora dico che il colore che trovo identitario per il rosati salentini è il corallo acceso, marcato.

Ora leggo che Alfonso Cevola sul suo On the Wine Trail in Italy afferma sostanzialmente la stessa cosa, parlando di quello che definisce un “enigma”, l’enigma dei rosé della Puglia. “Nel caso della Puglia – afferma senza mezzi termini (la traduzione dall’inglese è mia, e me ne scuso con l’autore) -, oggi, la zona ha una crisi di identità. Ed è incentrata attorno al colore dei loro vini rosati”.

“State cercando di essere Brigitte Bardot quando invece siete Claudia Cardinale!”, esclama Cevola. Insomma, appare sconcertato per la riduzione della tonalità dei rosati pugliesi, nonché del fatto che la tendenza a schiarire il colore sia in atto in tutta l’Italia del Sud.

Certo, nel mondo sta dominando il chiarissimo stile provenzale, in fatto di rosé, ma ci sono in giro tanti appassionati che ritengono che un rosé “delicato, ma riccamente colorato” sia da preferirsi. Per questa ragione, c’è chi cerca tuttora qualcosa come un Negroamaro Rosato che abbia “una buona tintarella estiva (alla Claudia Cardinale)”. “E questo – aggiunge Cevola – vale per il Primitivo, l’Aglianico, il Nero di Troia, il Susumaniello, insieme con la maggior parte dei rosati italiani (a parte il Bardolino Chiaretto). Perché? Perché quella appartiene alla loro natura – e non è forse vero che siamo tutti un po’ innamorati del naturale in questi giorni? Oppure, quantomeno, di quel che è autentico?”

“Dunque, per favore – conclude Alfonso Cevola, e faccio del tutto mia la sua conclusione -, cari produttori in Puglia (e Basilicata, Sicilia, Calabria, Campania, Sardegna, Abruzzo e così via…), per favore, smettetela con la vostra invidia per la Provenza riguardo al colore del vostro rosé” – e il wine writer sottolinea l’aggettivo “vostro” – e continuate a fare ciò per cui siete diventati famosi. Non seguite i trend”.

Applauso, a scena aperta.


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5 comments

  1. Nicola Ferri Rispondi

    Personalmente non condivido il suo articolo, un vino per me è come un quadro e ognuno di noi produttori lo realizza in base ad un idea concettuale.Ritengo che il rosato debba essere un vino elegante che con la sua freschezza al palato risulti etereo e perciò personalmente mi sforzo di dargli un colore provenzale a prescindere dalle mode.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Ovviamente lei ha pieno diritto a pensarla in questa maniera. La mia opinione, tuttavia, è non sia premiante cercare un’identità aziendale, ma vada invece ricercata un’identità territoriale. Perché mai dovrei bere un rosato di identità provenzale fatto in Puglia? Lo bevo fatto in Provenza e ho risolto. Se bevo un vino fatto in Puglia voglio che mi esprima la Puglia.

  2. lello lacerenza Rispondi

    Cioe mantenete l’dentita’che la natura ha stabilito qualche tenpo faaaaaa

  3. ferri nicola Rispondi

    Omologare la produzione del rosato in Puglia sarebbe auspicabile ma per vari motivi non potrà mai accadere.Per quanto riguarda il colore provenzale del rosato pugliese mi sembra ovvio che il rosato pugliese con un colore provenzale abbia differenze qualitative , gustative rispetto a quello francese: clima , uve e terreni fanno una differenza.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Se avere e valorizzare un’identità significasse omologare sarebbe un disastro: mi dispiace, ma non ci siamo capiti. Così come non ci capiamo se consideriamo il colore una variabile indipendente. No, la scelta del colore determina tutte le altre scelte agronomiche e di cantina, a partire dunque già dal vigneto. Un rosato è un vino che si determina già nelle scelte di conduzione del vigneto, non è un’alchimia enologica.