Fare rosé è difficile e molto, molto identitario

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“Il rosé è l’autentico vino della Provenza. Resta l’espressione di un terroir unico, che include un clima e dei suoli particolari, dove le varietà locali possono crescere facilmente”. Ecco, questa è una splendida spiegazione di cosa sia un vino rosato, di come il rosé possa (e debba) essere un vino identitario. Le parole sono di Magali Combard, che si occupa di vendite e di marketing nella cantina di famiglia, Figuière,  a La Londe-les-Maures, in Provenza appunto. Le ho lette in un articolo di Vicki Denig su SevenFifty, sotto il titolo “Exploring Rosé Winemaking Techniques“.

Ecco, mi piacerebbe che anche qui da noi, nelle terre storiche del rosato italiano, si potesse (si sapesse) dare la stessa definizione, una cosa del genere: “Per noi fare rosato è esprimere l’anima autentica del nostro territorio, perché è il rosato l’espressione della perfetta unione tra la nostra tradizione, i nostri suoli, le nostre uve autoctone”. Così vorrei sentir dire.

Magari che si aggiungesse qualcosa di simile a quel che spiega, nello stesso articolo, Guillaume Demoulin di Château de Trinquevedel , che fa rosé a Tavel (e a Tavel si fa esclusivamente rosé). Dice che fare rosé è anche “questione di passione, perché fare un rosé de gastronomie è molto difficile, molto più complicato che fare un buon vino rosso”. Sissignori, fare un rosé “serio”, che stia bene sulla tavola e non solo nel calice dell’aperitivo, è difficilissimo. Anche questo vorrei potessero e sapessero dire i nostri produttori dei rosati storici italiani.


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