Rock & Blues, Food & Drink

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Ho trascorso qualche giorno tra Chicago e New York, troppo poco per così tanto, ma sufficiente a farmi lasciare il desiderio di ritornare. Due città importanti, di quelle che si vedono nei film, pregne di storia (recente) e di luoghi che in qualche modo ci (mi) fanno sognare. La mia generazione è cresciuta a Blues Brothers e Top Gun e, almeno per una volta, ha sognato di camminare tra quelle strade, e quando questo accade l’emozione è difficile da trattenere.
Chicago città del Blues, New York città del Rock e prima ancora del Jazz per chi ama la musica sono ancora fonte continua di ispirazione e di sogni.
Accade però che chi arriva in questi luoghi alla ricerca di quello spirito musicale, rimanga parzialmente deluso. Anche qui, come in altri luoghi del mondo, l’interesse nei confronti della musica sembra parzialmente sfumato.
Probabilmente è solo una mia sensazione ma mi è parso che il Rock & Blues abbiano ceduto il passo al Food & Drink e che al Greenwich Village, il locali fumosi da cui uscivano i suoni delle Stratocaster siano stati sostituiti da Cocktail Bar che fanno a gara per essere uno più originali dell’altro, oppure siano tesi a far rivivere l’esperienza del secret bar dell’epoca del proibizionismo.
C’è da dire, in tutta onestà, che poi il prodotto che ne risulta rimane comunque di grandissimo livello e l’esperienza vissuta indimenticabile solo che si tratta di un cocktail e non di un assolo di chitarra. I Rock Club non sono scomparsi ma hanno perso tutta quella spontaneità e calore che avevano trent’anni fa diventando una sorta di parco di divertimenti per vecchi nostalgici.
Addio quindi alla Jimi Hendrix Experience e avanti all’esperienza dell’Apoteke, del Death Rabbit, o del “Please Don’t Tell” che va bene, anzi benissimo, ma cari rockers la musica è cambiata.
Questo non vuol dire che Donald Trump abbia cacciato anche la musica dagli Usa, ma la sensazione che i punti di interesse in città siano altri.
L’entusiasmo e la spontaneità si sono spostati nei locali del food alternativi, in mano alla generazione Hipster, la generazione Y.
Il Chelsea Market, a pochi passi dal “Village” è un luogo meraviglioso per chi ama il mondo dell’enogastronomia. Cucine multietniche enoteche e negozi di spezie condividono un vecchio edificio industriale recuperato proponendo “ognibendidio”, da non perdere il banco del pesce fresco con cuochi giapponesi a servizio pronti a tagliuzzare, sfilettare e preparare ostriche, salmoni, branzini e ogni granchi dalle chele interminabili. Luogo frequentatissimo dalle nuove generazioni, curiosissime alla ricerca del “famolo strano”. Le enoteche hanno in bella esposizione vini italiani, la maggior parte appartenente al filone del vino naturale o bio.
Ecco il parallelismo è qui, come è accaduto nella musica accade oggi con il cibo e il vino, non importa che sia solo buono (nel caso del pesce era buono) ma deve essere diverso, nuovo, trasgressivo e provocatorio come è stato nel mondo del Rock.
Attendiamo quindi una nuova Woodstock del cibo e del vino solo che sul palco magari saliranno Anthony Burdain, Gary Danko, Bobby Flay, David Chang e dall’Europa arriveranno Magnus Nielsson, Ferran Adrià, Raymond Blanc e Massimo Bottura special guest.
Vorrà dire che al posto dell’lsd ci mangeremo dei gran cheesburgher allucinogeni.
Beh, anche questo è Rock! Stay Rock Stay Thirsty.


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