In ricordo di Domenico Clerico, vignaiolo del Barolo

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L’Italia del vino tutta piange la scomparsa di Domenico Clerico. Una terribile malattia se lo è preso a soli 67 anni. Altri vi racconteranno di come sia da annoverare tra le fila degli “innovatori”, i Barolo Boys che hanno sconvolto la sostanza e l’immagine di un vino che era più mito che sostanza fino a che non sono arrivati loro a scuotere dal torpore una regione troppo autocompiaciuta. Certo di eccessi ne abbiamo visti, ma quei produttori hanno traghettato le Langhe nel nuovo millennio e reso ricca e famosa una intera regione.

Negli anni mi sono allontanato da quel modo di vedere il Barolo, troppo figlio delle tecniche di cantina per quelli che sono i miei gusti. Va riconosciuto tuttavia che la ricerca di qualità assoluta ha costretto tutti a rivedere le proprie certezze, anche in vigna. Tanto che i Barolo cattivi, durissimi e prematuramente ossidati appartengono ad un passato lontano, spacciato a lungo per tradizione.

Di Domenico preferisco ricordare la persona, anche se forse i suoi erano per me i migliori vini tra tutti quelli di quel gruppo. Mi viene agli occhi un Laboratorio di tanti, troppi anni fa, forse durante il primo Salone del Gusto a Torino. C’erano otto o dieci grandi Barolo presentati dai produttori e Domenico non si trovava da nessuna parte. Si presentò solo a degustazione iniziata. La situazione fu recuperata in un attimo grazie alla sua unica capacità di coinvolgere chi aveva di fronte. La sua simpatia era proverbiale. Credo il vino presentato allora fosse un Ciabot Mentin Ginestra 1988 o 1990, e fece la sua bella figura.

Il secondo episodio fu quando andammo con degli amici a fargli visita in cantina, molti anni più tardi. Non aveva vino da vendere, ci regalò una bottiglia a testa e ci invitò a pranzo al Boccondivino di Bra. Lì discutemmo a lungo della diatriba tra “innovatori” e “tradizionalisti”. Ci ricordò di come negli anni ’70 andasse a far consegne di vino a Torino con la sua 600. Gli chiedevano solo del Dolcetto, perché il Barolo non lo voleva nessuno. Tanto che era costretto a regalarne un cartone giusto perché lo mettessero in vista nel ristorante o nel bar. Oggi che tutti stanno più che bene economicamente, che i contadini non lasciano più le vigne per andare alla Fiat o alla Ferrero, come si fa a dargli torto? Come si può dire che hanno fatto male a rivoluzionare le tecniche produttive per arrivare a dei vini più facili e pronti? Come li si può accusare di aver voluto seguire il mercato, quando prima facevano la fame e scappavano verso la città?

Grazie Domenico per avermi regalato qualche momento di gioia, stapperò una tua bottiglia e ti ricorderò così.


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1 comment

  1. antonio torino Rispondi

    ciao Domenico, ti ho conosciuto alla fine degli anni 80. eri un nobile Contadino e che dramma che hai superato. la passione per la tua terra mi ricordava un po mio padre Paolo. facevo fatica a vederti nei stand del Vinitaly con le tue mani e le unghie colorate della tua Uva.non ho conosciuto la tua Signora, ma un abbraccio ed un caro saluto è il minimo. Se Dio ti vorrà fare un piacere spero che ti faccia incontrare la tua Principessa Cristina.