Quanto vale un Prosecco?

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La prima domanda è questa: esiste una diversa qualità realmente percettibile fra un Prosecco di fascia bassa e uno di fascia alta? La riposta è sì, e questo vale sia per il bevitore occasionale, sia per l’esperto: la diversità di qualità si percepisce facilmente.
La seconda domanda è questa: siete disposti a pagare la differenza di prezzo, a volte abbastanza rilevante, che esiste fra un Prosecco di fascia bassa e uno di fascia alta? La risposta questa volta è no.
Non lo dico io. Lo dice un articolo uscito di recente sul sito di Forbes, negli Stati Uniti. Il pezzo è di Cathy Huyghe. Domanda nel titolo: il Prosecco costoso merita il suo prezzo?
L’articolo parte da un’esperienza empirica, un tasting informale di sei diverse etichette di Prosecco, comprate a prezzi decisamente differenti, per un gruppo di persone che includevano sia esperti, sia gente che beve vino in maniera del tutto occasionale. Tutti hanno sostanzialmente dato le risposte di cui sopra. Insomma: fra un Prosecco top e uno iper commerciale la differenza qualitativa si avverte, ma non c’è nessuna voglia di pagarla a prezzi così differenti, quella diversità qualitativa.
Dal canto mio, insisto su quanto sto dicendo da tempo, ossia che ormai nell’idea globale il mondo dei vini delle bolle si divide in due categorie: il Prosecco da una parte e lo Champagne dall’altra. Pertanto, se voglio uno sparkling wine disimpegnato e informale e poco costoso prendo un Prosecco, e se invece cerco una bolla per qualche occasione speciale, che dunque rappresenti in qualche modo una spesa di prestigio, compro uno Champagne. A far da discrimine fra le due categorie è, appunto, il prezzo. Significa che un Prosecco il cui prezzo si avvicini a quello di uno Champagne non suscita interesse, dato che gli ospiti o i commensali non capirebbero mai che hai tirato fuori un bel po’ di soldi per loro, cosa che invece hanno immediatamente presente nel caso dello Champagne. È comunicazione non verbale, miei cari (e non la modifichi in poco tempo).
Credo che la cosa possa e debba far riflettere i produttori prosecchisti, soprattutto quelli d’alta collina, quelli del Superiore di Valdobbiadene, di Conegliano, di Asolo. Probabilmente qualcosa dovrà essere rivisto in termini di posizionamento. Che cosa non lo so, però il problema può sussistere. La lettura del post di Cathy Huyghe è dunque consigliata soprattutto a loro.
photo #paolagiagulli

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3 comments

  1. Sira Rispondi

    È anche vero però che lo Champagne ha gestito molto meglio la situazione del marketing, da che anno il termine “Champagne” è tutelato ? E da quando finalmente il nome “Prosecco” ? L’alta reputazione dello champagne è data anche dal tempo. Tutti conoscono Champagne. Ma Avize ? Invece chi conosce Cartizze ? E chi sa perchè un Cartizze è necessariamente più caro (e purtroppo anche più dolce) di un Prosecco base ? Il residuo zuccherino elevato, altro tallone d’achille. Secondo me, la strada da intraprendere è quella delle spiegazioni, dell’informazione, del lavoro sulla reputazione. In Germania c’è un detto: il buono è il nemico del meglio. Il l cliente si accontenta di bere un buon Prosecco – gli da la stessa gioia del Prosecco “migliore”. Sullo champagne, questa differenza non si fa. Ripeto, secondo me serve più impegno sulla reputazione del Prosecco.

  2. Anonimo Rispondi

    mcdonald’s è sinonimo di cibo spazzatura e porosecco similmente è sinonimo di vino di “pessima” fama e di qualità mediocre. Il prosecco rappresenta il solito ed eterno stile Veneto-Italiano di produrre…produrre…produrre e vendere all’estero senza badare alla qualità ed a chi lo beve…l’importante come dicono i veneti è “fare schei”. Ognuno ovviamente ha i propri gusti e sicuramente la così detta “lemonsoda alcolica= prosecco” ha alcuni buoni produttori nella fascia alta di prezzo e di professionalità… ma ormai per gli amanti della tavola e del buon vino il termine prosecco è completamente caduto e sicuramente cadrà a livello internazionale…perchè non occorre professionalità, cultura e talento x creare un vino di questo tipo. Sicuramente dal fraciacorta si potrebbe imparare molto…franciacorta che molte volte usa nei suoi melange proprio il prosecco. Vittorio Alberti

  3. Riccardo Selezionati Rispondi

    Preg. mo Sig. Vittorio Alberti,

    mi spiace molto che la sua opinione sia questa perchè ma traspare come lei conosca proprio poco la realtà della zona di Valdobbiadene o Asolo dove i vigneti sono molto più che pendenti; penso inoltre conosca poco anche l’enologia come materia e le persone che, con fatica, lavora in quelle zone. Se lei avesse modo di vedere un vigneto dove le ore di lavoro per ettaro sono qualche centinaia, capirebbe come in alcuni casi, chi si spinge a coltivare la vite è motivato dalla convinzione di ottenere qualcosa di speciale e non dalle logiche del profitto perchè si vengono a creare delle situazioni non vantaggiose dal punto di vista economico. Per quanto riguarda la professionalità, quando vado a comprare del vino in zona, trovo – quasi sempre – persone che oltre ad essere gentili, trasmettono la loro passione e la loro professionalità; forse non è un caso che la prima Scuola Enologica in Italia ( e credo in Europa) sia stata fondata a Conegliano alla fine del 1800, anche da un Signore che di cognome faceva Carpenè: capirà bene che qualcosa vorrà dire. Infine, sono più che convinto che si debba imparare da tutti, Franciacorta ( con la n) compresa: ammiro la sua bravura nel riuscire a confrontare uve, metodi e sopratutto suoli così differenti.