A proposito del vino d’Italia di Masi e Vespa

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Ho voluto attendere un po’ prima di scrivere qualche riga sull’annuncio della nascita del Terregiunte, il “vino d’Italia” figlio della partnership tra Sandro Boscaini, patron della Masi, che è un nome storico della Valpolicella, e Bruno Vespa, titolare della cantina Futura 14, che ha la propria sede operativa a Manduria, in Puglia. Ho aspettato insomma che scemassero le celebrazioni da un lato e le invettive dall’altro, e nel mezzo le cospicue ironie, perché credo che l’operazione vada letta in maniera il più distaccata possibile. Ritengo infatti che la chiave interpretativa dell’operazione sia in un righino delle dichiarazioni attribuite a Boscaini nel comunicato di lancio di questa nuova etichetta: “Un vino rosso d’Italia che porta un messaggio moderno“. Ma ci torno dopo. Perché prima credo sia necessaria qualche sottolineatura.

Innanzitutto, a mio avviso questo Terregiunte non può, a rigore, essere descritto come un blend di un Amarone e di un Primitivo di Manduria, come ho letto un po’ ovunque. Semmai è un mix di un “vino rosso” della Masi e di un “vino rosso” di Futura 14. Per poter essere fusi in un’unica massa, infatti, i due vini di origine, pur nati sotto le rispettive denominazioni di origine, hanno certamente dovuto essere declassati a “vino rosso” (l’ex “vino da tavola”, dizione non più in uso da qualche anno), perdendo dunque ogni possibilità di menzione delle rispettive denominazioni e dei rispettivi vitigni di origine. Insomma, non si può parlare né di Amarone, né di Primitivo di Manduria, né di corvina, corvinone, rondinella eccetera, né di uve della varietà primitivo.

La dizione “vino d’Italia” che compare con notevole rilievo sull’etichetta del Terregiunte è perfettamente coerente con quel che ho appena scritto. Questa terminologia, infatti, è attribuibile ai vini generici che non siano né a denominazione di origine, né a indicazione geografica. Tali vini non possono riportare nell’etichettatura alcun riferimento a vitigni autoctoni italiani.

Sinora, il modello di riferimento più noto e diffuso del “vino d’Italia” era il Tavernello, che infatti riporta questa menzione. Solo che il posizionamento del Tavernello, a livello di prezzo e di destinazione di consumo, non è certamente mirato verso l’alto. Se diamo un’occhiata a quel che accade di là dalle Alpi, invece, vediamo che la dicitura “vin de France” – che è l’esatto equivalente del nostro “vino d’Italia” -, viene impiegata sia per vini ordinari a basso costo, sia per alcune bottiglie “sperimentali”, di prezzatura medio-alta, realizzate da vignaioli molto spesso dell’area “naturale”. Insomma, i francesi non si sono fatti alcun problema ad adoperare la terminologia generica “vin de France” sia sui vinelli fatti per svuotare le cantine dalle giacenze produttive, sia per dei veri e propri fuoriclasse, il cui produttore, proprio per questo loro essere “al di fuori” di ogni possibile classificazione, non può o non vuole collocare all’interno delle denominazioni di origine o delle indicazioni geografiche.

Ora mi pare si possa leggere sotto una luce decisamente più interessante quel che probabilmente intende Boscaini nel definire il Terregiunte “un vino rosso d’Italia che porta un messaggio moderno“. Quest’utilizzo “alto” del termine “vino d’Italia”, infatti, sinora da noi non esisteva, mentre adesso è stato sdoganato, impiegandolo per un prodotto che – cito il comunicato di lancio – “è destinato a essere un vino iconico e a rappresentare una rarità enologica che sfida il tempo” e che per questo “si colloca in una fascia di prezzo medio alta“. Come accade per molti “vin de France”.

In questo senso, credo che il Terregiunte abbia aperto una nuova frontiera, che ora può essere (finalmente, aggiungo) valicata anche da altri. Soprattutto – come in Francia – da parte di coloro che si sentono stretti dentro ai confini delle menzioni geografiche e dei loro disciplinari. Sia chiaro, io sono e resto per le denominazioni di origine, che sono custodi della territorialità. Ma credo che occorra anche uno spazio di libertà espressiva. Se il “vino d’Italia” potrà essere questo spazio di libertà, ne sarò lieto.

Post scriptum

Per dare un esempio di qualche “vin de France” di alta gamma reperibile sul mercato italiano, cito questi tre, per chi volesse provarli (e consiglio di provarli, si trovano anche on line):

  • il Vin de France La Lune Amphore della Ferme de la Sansonnière, tra le aziende simbolo del mondo biodinamico della Loira;
  • il Vin de France Cuvée Alexandria del Domaine Matassa, altro nome di grido del mondo “naturale” transalpino, dai Pirenei Orientali;
  • il Vin de France L. D’Ange di Alexandre Bain, un eccellente “estremista” della Loira.

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3 comments

  1. Maurizio Rispondi

    Concordo, Angelo. Ma in effetti più che il progetto in sé che è del tutto lecito le “invettive” hanno riguardato il modo alquanto sgangherato di comunicarlo.

  2. francesco Rispondi

    stiamo distruggendo quel poco che ci è rimasto…complimenti….ps: sono un enotecario da più di 30anni….vespa è giornalista?…continuasse a fare il giornalista…

  3. Nic Marsél Rispondi

    In italia si era già fatta un’operazione simile ma con ben altro spessore in termini di contenuto.
    Vedasi il “Rossounito” e il “Bolle Senza Frontiere” a cura del Collettivo Strade Sterrate. Ma capisco che il business preferisca passare per le autostrade.