Il Pinot Nero, però oltrepadano, dai Conti Vistarino

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Personalmente, sto dalla parte delle varietà autoctone, perché credo che se hanno resistito, combattuto e vinto per secoli su un dato territorio, vuol dire che sono anche lo strumento migliore che esista per interpretare dentro a un vino l’identità di quel territorio e della cultura di quel luogo. Però ci sono, in Italia, delle aree nelle quali le varietà forestiere si sono acclimatate nel tempo così bene da diventare a loro modo identitarie, e penso per esempio ai cabernet nella Maremma o nella pedemontana del Veneto, dove assumono sfaccettature caratteriali che sono estremamente “locali”, oppure al pinot nero nell’Oltrepò Pavese.

Sono stato in Oltrepò in quel luogo sui generis che è il comune di Rocca de’ Giorgi, che ha un’estensione di una decina di chilometri quadri e una popolazione minuscola, di poche manciate di abitanti, perché, nei fatti, quell’estensione di terra perennemente ventosa, fitta di boschi e di vigna, è di una sola famiglia, quella dei conti Vistarino, che ne possiedono infatti il novantotto per cento, il che si traduce in un’azienda agricola di ottocentoventesei ettari accorpati, di cui duecento dedicati alla vigna e duecentoventi al bosco e poi seminativo e prato.

Dicevo del pinot nero. A portarlo su queste colline oltrepadane, intorno alla metà dell’Ottocento, fu il conte Augusto Giorgi di Vistarino. La famiglia aveva ascendenze transalpine e in casa si bevevano i vini francesi, che erano anche gli unici che allora si vendessero in bottiglia. All’epoca, nel rinnovo delle coltivazioni, siccome la zona non si considerava adatta ai vitigni bordolesi, optò per quello borgognone, e fu una scelta felice. Più di un secolo e mezzo dopo, è la sua trisnipote Ottavia a farsene interprete, “ricominciando da zero”, come mi ha confidato, e contando su una suoerficie di pinot nero aziendale che arriva ora a centoventi ettari (il resto sono a riesling renano e pinot grigio e poi a chardonnay, croatina e barbera e qualche po’ d’altro).

Di pinot nero si stanno anche facendo nuovi impianti, e si utilizza materiale che viene dalla Borgogna e seguendo nuovi (per la tenuta) principi agronomici, che poggiano su una sorta di zonazione di quel fitto mosaico di parcelle sparpagliate su rilievi che vanno dai duecento fino quasi ai cinquecento metri di altitudine. “Abbiamo deciso di piantare in alto. Se c’è il global warming, andiamo più in alto” mi ha detto Ottavia Giorgi di Vistarino mentre percorrevamo le vigne. Nei fatti, la sua “rivoluzione” è partita dal 2016, quando decise di rompere gli schemi di quel “meccanismo antiquato che non ne voleva sapere di cambiare”, e il virgolettato sono parole sue. Il problema però era quello – cito di nuovo – di “reinventarsi e nello stesso tempo di dare continuità”, e se l’azienda di famiglia in passato era famosa per le basi spumante contese dalle maison di altre zone d’Italia, ora direi che è meritatamente nota soprattutto per i suoi rossi a base di pinot nero, che mi sono parsi eleganti e d’impronta localistica, che è prerogativa del buon bere. “È una storia tutta da scrivere” ha sottolineato, e però mi pare che l’incipit del racconto stia di assoluto fascino.

Qui voglio anticipare qualcosa dei vini “parcellari” che arriveranno in bottiglia nella primavera del 2021 (ora sostano ancora in vasca)

Provincia di Pavia Pinot Nero Bertone 2019. Ecco, lo dico, è elegantissimo. Così mi va di definire quella sua impronta olfattiva estremamente delicata, tra il floreale e l’officinale, e vorrei dire che è come una sensazione di primavera. L’esuberenza tannica, poi, è avvolgente e però del tutto in equilibrio in un corpo nervoso. (91/100)

Provincia di Pavia Pinot Nero Pernice 2019. Il colore è qui magnificamente leggiadro, del tutto pinoteggiante, e dunque sottile e all’acquarello. Al naso il vino si presenta delicatissimo, mentre al palato il tannino esprime un grinta quasi selvaggia, che peraltro ben si innesta su un frutto assai croccante. Poi, i fiori, sullo sfondo. (90/100)

Provincia di Pavia Pinot Nero Tavernetto 2019. Altra tonalità per me splendidamente cristallina e leggera, tipica della più rispettosa interpretazione della varietà, e questa classicità la si ritrova d’immediato anche nell’assaggio, con la fragola e il cassis e il sale e un bouquet fascinoso di fiori. Il mio preferito, ad ora. (92/100)

Si sta poi lavorando anche sul restyling dei vini che si fanno con le bolle, gli Oltrepò Pavese figli del metodo classico, che ovviamente, stanti i tempi lunghi che trascorrono sui lieviti, sono ancora quelli ante rivoluzione. In quest’ambito, l’etichetta che più mi è parsa fornire indicazioni utili sulla via oltrepadana al blanc dei noir è quella che porta impressa la data 1865, che è poi l’anno nel quale la tradizione di famiglia vuole che qui sia stata prodotta la prima bottiglia di spumante (ma che sia questa la corazzata aziendale in quanto a bolle non lo scopro io, essendo già stata elogiata dalla critica in altre tirature). La versione che ho avuto nel calice, dosata a otto grammi per litro, viene dal millesimo del 2011, sboccato nell’ottobre del 2017, a significare che probabilmente il pinot noir da queste parti si esprime al suo massimo dopo soste considerevoli sia sopra ai lieviti, sia post sboccatura.

Oltrepò Pavese Metodo Classico Brut Conte Vistarino 1865 2011. Dapprima, la complessità salata dell’acciuga e dell’oliva in salamoia, che poi lascia campo libero all’esplosività floreale. Il volume è consistente e cremoso e agrumato. Conserva, grazie al cielo, una certa indole selvatica che ricorda i luoghi d’origine. (89/100)


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