E pazienza se la cultura è impopolare (anche nel vino)

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Come le figurine dei calciatori. Ormai la “narrazione” del vino sui social network è tanto spesso, troppo spesso, ridotta così, una sequela di fotografie di etichette, senza alcun testo di commento, al massimo una serie di hashtag. Alla faccia del mito dello “storytelling”, definizione che ha vacuamente traversato la bocca dei sedicenti guru del web per tre o quattro anni, via Stati Uniti, per poi fare flop. Lo scrivevo qualche giorno fa, riprendendo quel che ha scritto Andrew Jefford, che su Decanter chiedeva: “Are you a label drinker?”, sei un bevitore di etichette? E sul tema è entrato anche Carlo Macchi, patron di WineSurf, che mi cita (e lo ringrazio). “Uno sfogo da vecchio“, lo definisce lui. Non penso sia tale.

Carlo ricorda gli anni Ottanta, “quando il principale giornale di enogastronomia italiano di allora, il Gambero Rosso, era orgogliosamente senza foto (c’erano solo bellissimi disegni) e tutto era demandato alla parola scritta”. Aggiunge che “erano tempi molto diversi, tempi in cui si scrivevano articoli senza badare alla loro lunghezza, senza pensare a parole chiave, ma semplicemente cercando di proporre articoli approfonditi, pieni di contenuti e di informazioni”.

Oggi pare che tutto sia cambiato. “Oggi – dice Carlo Macchi – funziona tutto in maniera diversa  e per spiegare come funziona basta una parola: Influencer. Per essere Influencer non c’è bisogno di aver studiato e tanto meno di conoscere molto bene il settore e l’argomento di cui si parla, l’importante è aver trovato il modo di essere un po’ famosi, un po’ seguiti. Fatto questo l’Influencer potrà parlare, pardon, farsi vedere, mentre mette in mostra auto, dentifrici, cibi, vini. Il tutto naturalmente senza scrivere una parola”.

Già, oggi funziona così, e sembra essere questa la chiave contemporanea del successo. Oggi l’approfondimento, la riflessione, il pensiero pare che non piacciano per niente. Anzi, la cultura è vista con fastidio dal popolo dei social e mica solo da quello.

Mettiamocela via, Carlo, e capisco quando dici: “Non lo so, forse esagero e magari proprio per questo mentre scrivevo queste righe mi sono sentito  irrimediabilmente datato, ma non potevo farne a meno. Abbiate pazienza, sono vecchio”. Però io penso che no, io penso che chi scrive pensando e argomentando e investigando e riflettendo e facendo riflettere non sia vecchio. Semplicemente non si rivolge alla massa, quella affannosamente cercata dai cosiddetti influencer. Si rivolge a chi vuole pensare e argomentare e investigare e riflettere, e sono in tanti, anche se non sono la massa, anche se non gridano, anche se non inseguono il like sui social, anche se non si fanno influenzare, anche se pensano con la loro testa, e proprio per questo è bello scrivere per loro.

È bello scrivere per chi legge “cose” come WineSurf o come questo mio The Internet Gourmet. Io sono felice di proporre a loro le mie parole, e penso che loro vogliano continuare a leggere quel che scrivono giornalisti come Carlo Macchi, e pazienza se c’è chi preferisce le figurine degli influencer. Magari prima o poi le figurine non gli basteranno più.


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  1. Luigi Sandri Rispondi

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