Orizzonti di syrah

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“Orizzonti di syrah” è il titolo scelto per una degustazione di syrah da tutto il mondo introdotte e commentate da Gianni Fabrizio, curatore della Guida ai Vini d’Italia del Gambero Rosso e grande esperto di vini del mondo, Francia in particolare. L’iniziativa è stata pensata ed ospitata dalla cantina PuntoZero, da pochi anni attiva sui Colli Berici, ma già animata da una ferrea ambizione.

Ho avuto modo di scrivere in passato che il territorio dei Colli Berici è ancora in gran parte inesplorato, mentre per il resto non ha ancora capito dove vuole andare. Ovviamente ci sono le canoniche eccezioni, tra le quali mi piace sottolineare Piovene Porto Godi tra gli storici, Sauro Maule e Daniele Portinari tra gli emergenti. Negli anni ho visto tanti cambiamenti, troppi, segno che non c’è la dovuta chiarezza nella direzione da prendere. Tante giravolte, vitigni che di volta in volta appaiono e compaiono. Mi auguro che le nuove leve e il Consorzio sappiano indirizzare i produttori verso un cammino comune, con una riflessione profonda sulle varietà più adatte al territorio e sullo stile dei vini che si vogliono proporre al mercato. Riflessioni che altre denominazioni venete hanno fatto nel recente passato e che oggi stanno portando i loro frutti.

Ammetto che, al di là della passione che un produttore può giustamente nutrire verso una determinata varietà, non sono del tutto convinto che la syrah sia adatta a questo territorio. Ovviamente si è detto che, così come nelle Côtes du Rhône c’è la grenache, nei Colli Berici c’è il tai rosso, versione vicentina del vigneto franco-spagnolo. Analogamente, se si trova la grenache-tai, sembrerebbe logico piantare anche la syrah, l’altra grande varietà del Rodano nord. L’equazione in realtà non è così semplice, mi pare che le differenze siano così ampie che non mi sento di condividere questo teorema, anche perché non ci sono sufficienti vini per provare o rigettare l’ipotesi.

Vediamo quali sono stati i vini in degustazione.

Rosset Terroir, Valle D’Aosta Syrah 2017. Colore scuro ma non eccessivo. Vino piuttosto seduto sulla equazione frutto-legno. Predominano le note tostate, di vaniglia, burro e cocco, che quasi coprono il varietale pepe bianco. Palato nervoso, una venatura verde, il tannino asciuga molto a causa del legno. Non ha una materie sufficiente per sostenere il rovere. (80/100)

Simon Maye & Fils, Valais Chamoson Syrah Vieilles Vignes 2016. Nel Vallese la syrah ha trovato un terroir d’eccellenza, d’altra parte è qui che nasce il Rodano. È una syrah montana, meno ingabbiata dal legno rispetto alla precedente. Pepe, erbe, un lato quasi medicinale e poi un frutto nitido, fresco. Forse manca di un pizzico di concentrazione, ma è fatto molto bene e potrebbe rivelarsi pienamente con l’età. Finale di erbe alpine. (88/100)

Guillaume Gilles, Cornas Chaillot 2015. Inizialmente un po’ di volatile, ma niente di preoccupante, anzi. Giovane, profuma di violetta e carne, note fumé. Elegante e fresco, denuncia solo un po’ di legno nel finale, ma sembra poter evolvere positivamente. Anche questo tende ad asciugare. (87/100)

Stefano Amerighi, Cortona Apice 2016. Bel colore. Freschissimo, cenere fredda, olive nere, mirtillo, tapenade (mix di verdure ed erbe mediterranee), menta. Decisamente complesso, palato all’altezza, maturo, purea di fragole e carne. Sa essere delicato e profondo, per me il miglior vino della serata. Si sente il terroir e una gran mano da parte del produttore. (93/100)

Domaine Garon, Côte-Rotie Les Rochins 2016. L’altro grande vino della degustazione. Naso ricco, si percepisce una bella ciliegia e poi arrivano il pepe bianco, la resina e la carne. Lungo e terroso, non ha troppo alcol e anche il legno è totalmente fuso nel vino. Elegante, ha dei tannini impressionanti per la loro soavità, quasi da cioccolato fondente. (92/100)

PuntoZero, Syrah Veneto Virgola 2013. Ciliegia, eucalipto, liquirizia, menta. Una perfezione formale che però toglie spazio al vino, che sembra frutto di un progetto, ma poco libero. Bella acidità, c’è del frutto anche se non del tutto maturo, una sensazione di vegetale tipo peperone e sedano. È chiaro il rimando alla Valpolicella, più a un Ripasso che a un Amarone, ma l’appassimento si sente. Anche se fatto bene, fatico a trovare il terroir. (83/100)

Le Macchiole, Toscana Scrio 2016. Una sensazione di fumé e di legno, frutta fresca ricoperta di zucchero bruciato. Molta materia, uno stile dimostrativo. Anche in bocca è evidente la ricerca della concentrazione, il finale è asciugante e il vino finisce per terminare sui tannini. (82/100)

Big Basin Vineyards, Santa Cruz Mountains Rattlesnake Rock 2011. Un colore più evoluto. Pepe, carne, salamoia, olive. Poi arriva anche il legno. Grasso, materico, carne. Ha una bella acidità ma anche lui finisce quando il legno si impossessa del palato. Le varie componenti non sono amalgamate, l’acidità è totalmente scissa dal resto del corpo. Termina medicinale e amaro, su note di tamarindo. (81/100)

Alessandro di Camporeale, Sicilia M RL N Vigna di Mandranova 2016. Colore scuro. Al naso arancio, more e un legno tutto sommato bilanciato. È costruito bene dal punto di vista tecnico anche se manca di anima. Potente e fitto nei tannini, finisce amaro, ma meno di altri. Buona la lunghezza. (84/100)

Abadia Retuerta, Vino de la Tierra de Castilla y Léon Sardòn del Duero Pago Garduna 2014. Scuro, quasi nero. Un gran fruttone dominato da una sensazione di calore e di alcol. C’è molta estrazione, potenza, finale dolce sul legno, il tabacco e le spezie. Sembra però acidulo e anche vegetale, come se non avesse avuto una maturazione fenolica completa. (83/100)

PuntoZero, Syrah Veneto Virgola 2012. Ancora un vino della cantina che ci ha ospitato, aggiunto fuori programma. Anche questo è chiaramente frutto di un appassimento alla “valpolicellese” (30 giorni circa in fruttaio). Il risultato non è per niente male, salvo le considerazioni filosofiche di cui sopra. Cuoio, terra, fieno, degli aromi che ricordano a tratti un barolo chinato, anche della verdura. Il vino risulta vivo, ricco e alcolico, con una materia di buona concentrazione. Manca solo in territorialità. (87/100)

Alla fine una degustazione sicuramente stimolante e curiosa. Rimango del parere che troppo legno non faccia bene alla syrah (potrei dire che non fa bene alla maggior parte delle uve…). Senza l’eccesso di legno si ricavano dei vini più territoriali, con meno struttura e senza tannini asciuganti, senza toni medicinali o ridotti. Mi sento di dire che forse si potrebbe trovare una soluzione diversa. Magari meno barrique e più botti grandi. Ne guadagneremmo in beva e finezza del vino.


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