Nei tempi dei dazi americani sul vino vince la finezza

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Insomma, per almeno sei mesi i vini italiani non dovranno sottostare ai dazi americani come invece accade a quelli francesi (e tedeschi e spagnoli). Però quei dazi li abbiamo in qualche misura “pagati” anche noi italiani. Perché gli importatori americani di vini francesi (e tedeschi e spagnoli) si sono visti schizzare in alto i costi e dunque per sostenerli hanno dovuto ridurre gli ordini. Così nei due mesi finali del 2019 i francesi hanno avuto, in valore, un calo quasi del 38% nelle loro esportazioni verso gli Stati Uniti rispetto allo stesso bimestre del 2018, i tedeschi del 21% e gli spagnoli del 12%, ma anche l’Italia ha registrato una flessione del 4%. In più c’era l’incertezza sulla possibile imminente applicazione delle tariffe anche sul vino italiano, e anche questo ha contribuito a raffreddare la domanda. I dati sono quelli della American Association of Wine Economists (AAWE).

Però secondo me è successo anche qualcos’altro di estremamente interessante, e lo si intuisce andando a vedere l’andamento delle importazioni americane da quei paesi che i dazi non li subivano e che neanche rischiavano di subirli. I paesi extraeuropei.

Ebbene, negli ultimi due mesi del 2019, l’Australia ha visto un calo di export verso gli Usa del 14%, l’Argentina del’11% e il Cile del 19%. Mentre la Nuova Zelanda è schizzata in alto quasi del 16%. Credo sia opportuno soffermarsi su questi dati (non prendo in considerazione l’incremento pur consistente del Sudafrica, pari anch’esso al 16%, perché in realtà si basa su volumi molto piccoli, rispetto agli altri).

Credo che l’andamento opposto della Nuova Zelanda e del trittico australiano-sudamericano sia l’ulteriore sottolineatura del cambiamento di orientamento dei bevitori di vino americani. Che certamente continuano a comprare i vinoni, ma che in quota sempre maggiore guardano invece alla finezza e alla freschezza. Argentina, Cile ed Austriali continuano a fare vinoni. La Nuova Zelanda fa vini più “verticali”, come si usa dire, e dunque più acidi e meno “pesanti”. E vince.

La cosa fa il paio con quel che di fatto, secondo me si era già manifestato quando all’inizio del 2019 uscì la tradizionale “vintage chart” di Wine Spectator (e infatti ne avevo già scritto allora). Si tratta di un fogliolino tascabile nel quale la celeberrima testata americana valuta le ultime annate dei maggiori territori mondiali del vino. Ebbene, la “vintage chart” dell’anno passato non vedeva menzionata la Valpolicella, che col suo Amarone è un emblema planetario del “vinone”. Un segno di debolezza per la terra amaronista, ma anche un segnale delle tendenze in corso. Lo stesso segnale che mi pare venga sottolineato anche dall’andamento delle importazioni americane nell’epoca dei dazi sul vino.

A proposito, nella vintage chart aveva fatto capolino la Nuova Zelanda col suo Pinot Nero. Guarda caso.


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1 comment

  1. Telegram: Febbraio 4/2020 – Tasting Wine Rispondi

    […] schizzare in alto i costi e dunque per sostenerli hanno dovuto ridurre gli ordini in generale. In questo articolo si analizza in modo interessante l’effetto che c’è stato finora su questo tema, non si parla […]