Che ne dite se vi racconto di un Cartizze del 1947?

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Quando parlo e scrivo di vino non mi piace usare parole come “emozione” o “emozionante”. L’ho detto e ridetto che le emozioni appartengono al sentimento e che il sentimento appartiene alle persone e che dunque non attribuisco al vino o ad altri oggetti la potestà di destare direttamente emozionalità, che semmai è faccenda, appunto, personale, di ciascuna persona.

Però almeno per una volta, stavolta, mi ci sono trovato dentro all’emozione del vino. È accaduto alla degustazione che ha accompagnato la celebrazione dei cent’anni della Nino Franco, azienda prosecchista di Valdobbiadene. Nei primi due calici io e gli altri fortunati seduti davanti a Primo Franco abbiamo avuto un Cartizze del 1947 e un Prosecco del 1955. Ed erano buonissimi, soprattutto il Cartizze. Sconvolgentemente buono. Nel senso che un bicchiere del genere ti cambia per sempre le prospettive sul valore delle bollicine trevigiane, e – permettetemi lo sfogo – ti vien voglia di mettere le mani a imbuto davanti alla bocca e mandare a quel paese tutti quelli che si ostinano a banalizzare i vini che si fanno con quell’uva che oggi si chiama glera, sulle colline di Valdobbiadene. Sì, di mandarli a quel paese, perché non sanno quello che dicono.

Primo Franco continua a insistere che il Prosecco, là a Valdobbiadene, è roba seria, e che sa invecchiare alla grande, e già altre volte mi aveva dato tangibile prova di tanta vocazione alla longevità dei suoi vini. Ma anch’io, che fermamente credo nella capacità di lungo affinamento del Prosecco, e soprattutto nelle sue versioni più morbide, quando ovviamente accompagnate da adeguata freschezza e – chiaro – da curata selezione delle uve d’origine, mai e poi mai avrei potuto aspettarmi la magia – sì, magia – d’un Cartizze del 1947.

Magico già dal colore, solo lievemente dorato, e questo è stato il subitaneo indicatore di quanto il vino potesse essere scevro da decadimenti ossidativi, come infatti si è confermato all’assaggio. L’altra premessa è stata quella raccolta dall’olfatto, che aveva presenze canforate a proteggere ricordi di frutti macerati e di fiori essiccati. In bocca una vitalità acida inimmaginabile, e un sale tonificante e vitale. Poi, le olive in composta e il rabarbaro e il dattero disidratato al sole e un che del residuo zuccherino delle origini. Un vino che resterà nel ricordo, ed erano, quelle aperte per l’occasione, le ultime bottiglie che Primo Franco conservava in casa di quell’annata.

Erano le ultime anche le bottiglie del Prosecco 1955, ed è un vino – questo – che ha un significato consistente nella storia aziendale, ché fu l’archetipo cui s’ispirò Primo per fare poi, dall’83, il Prosecco che porta in etichetta il suo nome e che è un emblema dell’universo di Valdobbiadene. Ora, seppure la bottiglia che m’è toccata in sorte fosse un po’ meno felice di quelle che altri hanno avuto, mi sono fatto comunque ancora più arciconvinto nella mia fede del potenziale d’affinarsi del Prosecco, e nel calice ho trovato la frutta secca e una morbidezza cremosa e un sottilissimo accenno floreale e tuttora una vena di freschezza.

“Sarà una degustazione più emozionale che sensoriale” aveva promesso Primo Franco. Invece è stata un’emozione per la mente e per i sensi.


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