Il mistero delle lingue (e delle lingue del vino)

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Già nei scorsi giorni vi ho parlato di un articolo molto bello apparso su Internazionale 1368 del 24 luglio. Mi è talmente piaciuto che vorrei prenderne un altro pezzettino e condividerne con voi i contenuti. Il testo originale stato scritto da Tobias Haberl sulla rivista tedesca Süddeutsche Zeitung Magazin.

Il tema di fondo è quello delle lingue e di come oggi si stia sempre di più delegando a software di traduzione la comunicazione tra persone di idioma diverso. Quanto lontano andranno questi supporti ancora non lo sappiamo, ma la cosa crea degli scenari potenzialmente inquietanti che vale la pena approfondire.

Scrive Haberl nel suo articolo: “Gli esperti di sortware promettono di liberare l’umanità dal multilinguismo. Quasi tutti si rallegrano, alcuni non vedono l’ora. Una mia amica sostiene che sarebbe fantastico se in futuro non ci sentissimo più impotenti quando viaggiamo in un paese straniero. In generale le persone si avvicinerebbero e il mondo vivrebbe una fase di crescita comune, se tutti potessero parlare liberamente con tutti. Capisco le persone che la pensano in questo modo, sarei perfino contento se avessero ragione. Tuttavia resto scettico, anche perché ricordo bene la promessa che i social network avrebbero reso il mondo più giusto e democratico. Quando cadono le barriere e l’estraneità è abolita, non necessariamente otteniamo comprensione e tolleranza. Più spesso arrivano caos, banalità e malintesi”.

“Solo confrontandosi con una lingua straniera – insiste Haberl – possiamo farci una idea del destino e della mentalità di un popolo. Insieme al fascino e all’immaginazione, è questa vulnerabilità e l’esperienza di farsi capire pur non parlando una lingua, che rende i viaggi così stimolanti, perfino erotici”. Come disse lo scrittore Roger Willemsen, “una delle ultime cose romantiche di questo mondo è il multilinguismo. È così amabilmente scomodo, ci costringe a tortuose giravolte”. Il problema è che “se degradiamo il linguaggio a puro strumento economico – ora è Haberl che parla -, c’è il rischio che alla fine perderemo l’opportunità di esprimere in modo individuale la nostra opinione, la nostra mentalità e la nostra personalità”.

Credo che molte di queste considerazioni si potrebbero applicare al mondo del vino. Sia dal lato della comprensione del prodotto o di un produttore, sia per il modo con il quale comunichiamo e si comunica a vari livelli il vino stesso. Lo sforzo di comprensione è in fin dei conti quello che viene richiesto per decifrare una lingua straniera. Non ci avevo pensato.


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