Meglio avere uno stile o un terroir?

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Se per fare un vino sia meglio darsi un proprio stile o cercare l’essenza del terroir sembra una di quelle domande inutili che ci si fanno tra addetti ai lavori quando si ha tempo da perdere. Roba che non interessa a nessuno. E invece no, invece è una domanda fondamentale quando si tratti di pensare a un territorio vinicolo o a una denominazione di origine.

È una riflessione che mi proviene dalla lettura di un’intervista a Jean-Michel Cazes, proprietario della château bordolese Lynch-Bages, e a Pierre-Henry Gagey, direttore della maison borgognona Louis Jadot, pubblicata dalla Revue du Vin de France.

Cazes dice che la nozione di annata non va bene per tutto il mondo del vino, poiché se per esempio funziona alla perfezione per Bordeaux e per la Borgogna, non vale invece alla stessa maniera per lo Champagne o per il Porto.

Gagey aggiunge che il Porto e lo Champagne seguono prima di tutto uno stile. Uno stile di vino, uno stile della singola marca. E questo stile di denominazione o di azienda deve evolvere il meno possibile. “Un Bollinger deve restare un Bollinger”, spiega, e lo stesso vale per un Porto della Taylor’s. Insomma, la prima necessità di una grande marca o di una denominazione che non facciano dell’annata il proprio punto di riferimento è quella di replicare se stesse, di essere riconoscibili sempre e comunque. In Borgogna e a Bordeaux, invece, prevale l’espressione del terroir, e questa è correlata anche alle caratteristiche dell’annata.

In Italia credo ci siano alcuni esempi di questo concetto. Il Prosecco è indubbiamente un vino di stile, che ha il proprio punto di forza prevalentemente nella riconoscibilità. Il Barolo sta sull’altro versante, quello in cui prevale il senso dell’annata e del terroir. Ma sono solo due esempi.

Il mondo del vino ha dunque due diversi modelli di riferimento. Lo stile e il terroir. Quale delle due opzioni è migliore? Dipende, a volte funziona l’una, a volte l’altra. Dipende da cosa si vuol raccontare col vino, intendo.

 


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1 comment

  1. Guglielmo Rispondi

    Non mi sorprende che si dica che nella Champagne vi sia un approccio diverso da quello della Borgogna: nella prima la filosofia é primariamente quella dell’assemblage, nella seconda quella della diversità dei climats. Anche nella Champagne, però, ci sono cuvées che sono espressione di singole vigne. Il discorso per Bordeaux e Porto é solo in parte assimilabile. A Porto i grandi vintage sono di assemblaggio di diversi terroirs, e solo occasionalmente ve ne sono di provenienti da singole quintas. Quanto a Bordeaux sarebbe piuttosto difficile avvicinarla alla Borgogna: un singolo Château, infatti, ha un’estensione di molto superiore a quella di qualsiasi Domaine borgognone. Di fatto il grand vin é un assemblage non solo di diverse varietà, ma anche territori. E’ certamente vero, a mio parere, che, almeno in teoria, il Piemonte (le Langhe) sia la regione italiana maggiormente “borgognizzabile”, da quando i produttori hanno cominciato a vinificare separatamente le uve delle diverse vigne di proprietà. Quello che ancora manca é però una classificazione gerarchica riconosciuta dei diversi terroirs. Ad ogni buon conto ,lo stile del vignaiolo conta ugualmente moltissimo, come negarlo?