Meglio restare un dilettante, col vino

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Sto leggendo l’ultimo libro di Pietro Grossi. S’intitola “Il passaggio”. Credo che Grossi abbia scritto uno dei capolavori della letteratura italiana, “Martini”, un librino magnifico, dove ogni parola “suona” bene dentro a fresi che “suonano” bene, dentro a una storia che “suona” bene. Mi piace il suono delle parole, molto di più delle storie che con quelle parole si raccontano.

Stavolta per c’è una frase che non condivido, che stona.

Questa: “O forse, più banalmente, non ne voleva parlare con me, per lo stesso motivo per cui ognuno di noi parla malvolentieri delle proprie grandi passioni con dei dilettanti: perché sono conversazioni stupide e noiose”.

In qualche modo, vengo considerato una specie di professionista, dentro al mondo del vino, ma adoro conversare di vino con chiunque, e soprattutto con i dilettanti, chi è alle prime armi e si avvicina a passettini alla piacevolezza del vino.

Mi piace e non trovo per nulla fuori luogo e men che meno irritanti le domande più semplici, e anzi sono queste che mi fanno ripensare da capo – una, due, cento volte – al perché del vino e al perché di questa mia passione. E m’impegnano a trovare le maniere e le parole e le esemplificazioni più semplici per cercare di spiegare e di spiegarmi.

Non le trovo conversazioni né stupide, né noiose.

Vorrà dire che non ho fatto davvero il passo verso il professionismo, e che dunque sono rimasto un dilettante anch’io. Se è così, ne sono felice. Il bello della vita è – credo – che si riesca a restare sempre un po’ bambini. Sarebbe meraviglioso se fosse davvero così.

Torno alla lettura. Comunque, sappiate che “Martini” è un capolavoro, e se non l’avete ancora letto, leggetelo, anche se la frase che m’ha fatto pensare viene da un altro libro.


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