Ma i rosé possono costare cari?

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I due migliori rosé del 2014 sono entrambi della denominazione di Bandol, Francia, Provenza. Lo dice Elizabeth Gabay sulla rivista britannica Decanter. Assegna 93 punti (novantatrè, bella valutazione) sia a Château de Pibarnon, sia a Domaine Tempier. Come ogni anno li ho comprati e bevuti anch’io e concordo, sono due fuoriclasse. Assoluti. Ad entrambi anch’io mi sono spinto oltre quota 90. Di slancio. Li strameritano, gli applausi, quei due vini, e Bandol ha grandi cose nella sua appellation.
A un’incollatura appena, Decanter piazza, con 92 centesimi di rating, un Coteaux du Languedoc Rosé, quello di Château la Sauvageonne, che appartiene all’impero di Gérard Bertrand. Ho bevuto anche questo proprio di recente, ed è buono davvero, perbacco.
Tutti e tre sono rosé di colore chiaro. Tutti e tre hanno freschezze spiccatissime e sono tanto, tanto sapidi. Marini, direi. E secchi, secchissimi. Nessuna concessione modaiola, nessuna strizzatina d’occhio alle morbidezze. Vini di carattere.
Tutti e tre, poi, non sono mica rosati da pochi euro. In enoteca viaggiano intorno ai 20 euro, che non sono certo pochi per l’idea che spesso si ha di un rosé.
Ecco, la domanda cui ha cercato di rispondere Decanter è proprio riferita al carattere e al prezzo. “La complessità – si legge – in un rosé è possibile, soprattutto in quelli della Francia sudorientale, ma può mai essere giustificato una livello di prezzo di 15 o anche più sterline?” La risposta che il magazine britannico dà alla domanda è semplice e chiara: “Yes it can”, sì può.
Ecco, il rosé non è mica un vinello, signori miei. Il rosé, quello buono, è un grande vino. Provare i Bandol 2014 di Pibarnon e Tempier, per capire.

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