Ma i punteggi tengano conto del piacere

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Ecco, proprio adesso che ho deciso di abbandonare le ormai “storiche” valutazioni in faccini di InternetGourmet per passare al punteggio in centesimi in giro per il mondo c’è chi si interroga sul rating centesimale. E fa bene a interrogarsi, perché così com’è non funziona.
Dico che non funziona per un motivo molto semplice: non tiene conto del concetto di piacevolezza. Che è soggettiva (per fortuna).
Personalmente credo che un degustatore debba, assolutamente debba considerare anche questa componente del tutto soggettiva. Se io mi fido dello “stile” di quel tal giornalista, critico, blogger, degustatore, voglio sapere qual è il vino che gli è “piaciuto” di più, perché probabilmente potrà piacere anche a me. E non me ne frega proprio niente invece che il punteggio mi dica quanto quel tal vino è concentrato, tannico, materico eccetera.
I miei centesimi ne tengono conto, perbacco.
Pensavo a questo leggendo un bell’intervento sul tema da parte di Steve Heimoff.
Racconta di una degustazione di sauvignon blanc di varie parti del mondo. A un certo punto si sofferma sul Sancerre La Grande Cote di Francois Cotat. Sulla base del “classico” rating in centesimi, gli ha attribuito 87 punti e dice che quel bianco vale proprio 87 punti. Però risulta anche essere un vino assolutamente versatile. “Potreste berlo e godervelo praticamente con qualunque cosa”, annota, e aggiunge che è dunque un perfetto compagno della tavola. Cosa che magari invece non è un qualche Cabernet Sauvignon che all’assaggio merita 100 punti e poi in tavola non ha la stessa abbinabilità.
Perbacco, è proprio questo il nodo, dico io.
“Quindi – puntualizza Heimoff -, ecco il paradosso: il vino con il punteggio più alto è meno versatile con il cibo, mentre il vino dal punteggio più basso offre così tanto piacere. Si tratta di un puzzle, di un enigma. Io non credo – aggiunge il wine writer americano – di essere pronto ad abbandonare come linguaggio descrittivo di degustazione il sistema da 100 punti, ma le cose si stanno un po’ mettendo sottosopra nella mia testa”.
Per quel che mi riguarda, insisto: occorre che il piacere entri nella valutazione.
Viva la soggettività.


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6 comments

  1. luca fois Rispondi

    ..interessante, conosco due giovani donne che hanno iniziato a lavorare sul tema delle percezioni che in effetti sono alla base del piacere…te le presenteró

  2. #angeloperetti

    #angeloperetti Rispondi

    mumble mumble, chi saranno mai?

  3. riccardo Rispondi

    vuoi aggiungere una voce alla valutazione? gastronomicità ? fallo. ma avere dei parametri comuni in funzione della valutazione di un vino è di fondamentale importanza: es non si può valutare la voce tannino di un barolo con lo stesso parametro della voce tannino per un merlot

    1. #angeloperetti

      #angeloperetti Rispondi

      Sono d’accordo, Riccardo, sono utili parametri comuni, ma a mio avviso questi vanno “relativizzati”, applicati ad una specifica denominazione, e non resi universali, altrimenti si finirà per cedere sempre all’egemonia del vinone parkeriano.

  4. Andrea Tibaldi Rispondi

    Esatto, vanno relativizzati. Cioè bisogna capire (e non è così chiaro come sembra) se un lambrusco può prendere 100 perché è il migliore tra i lambruschi, oppure se non potrà mai prendere 100 perché significherebbe essere un “vinone” con tutti i parametri gusto/olfattivi al top.
    C’è chi propone una soluzione “mista” come Bettane e Desseauve: fino a 18/20 si parla di relatività all’interno di una AOC, da 18 a 20/20 si parla di qualità assoluta, che prescinde dall’AOC.
    In quella guida puoi trovare un 18/20 di Beaujolais o di Bordeaux o di Borgogna… Ma non troverai mai un Beaujolais da 19/20.

  5. C’è una sotterranea rivoluzione del punteggio centesimale che prima o poi salirà al potereCheTipoDiVino | CheTipoDiVino Rispondi

    […] rating centesimale. E fa bene a interrogarsi, perché così com’è non funziona”, ha scritto pochi giorni fa Angelo Peretti. Non da oggi, aggiungiamo noi pensando ai vari Porthos nel mondo che, da sempre, […]