Luce nuova a Nordest

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Non so chi di voi conosca “A tavola con le stelle del Nordest”. Nel caso non ne sappiate nulla, vi consiglio amichevolmente di prenderne parte il prossimo anno. Vorrei, però, spendere due parole su quello che significa per me questa manifestazione.

Intanto, si tratta di un evento gastronomico a scopo benefico. Già dal nome si intende la presenza di un gruppo sostanzioso di chef da guida Michelin, uniti dalla provenienza: il Nordest. Da anni la famiglia Legnaro ospita questa occasione, frutto della passione di un gruppo di amici che, in pochi anni, ne hanno fatto un appuntamento di arte culinaria.

Un grande giardino, circondato da involucri di passione, competenza e talento. Il tutto servito sotto forma di buona cucina, che ha spaziato dal mare, alla montagna, alla collina. Perché, alla fine, il Triveneto è anche un po’ questo, no? Una varietà rara di naturalezza, di biodiversità. Ad ogni stagione,questo territorio non fa mancare niente. E con lui, gli chef che lo distinguono.

Ognuno alla propria postazione, i ristoranti hanno presentato un piatto d’eccellenza. La loro disposizione non sembrava quella di una competizione, perché di fatto non lo era. Aveva più le sembianze di un’enorme tavolata tra amici che, l’uno accanto all’altro, si scambiavano battute e consigli. Il clima è quello che l’ideatore di questo evento, Giovanni Chiades, mio padre, ha sempre amato e apprezzato nei locali di cui parlava. Lui l’ha chiamata “convivialità”, intesa come il piacere dello stare insieme, uniti serenamente dalla stessa scusa, forse banale ma che è sempre stata la migliore: mangiare bene.

Certo, poi magari nei ristoranti degli stessi chef stellati si entra in camicia, seduti composti, sorseggiando un bicchiere di vino stile Antonio Albanese. Ma io penso che è in momenti come questo che cuochi e ristoratori diano il meglio di se’, condividendo faccia a faccia col proprio pubblico le loro creazioni, anche quelle più azzardate. Come chi ha portato come piatto un “carpaccio alla griglia?”, chiedendo a tutti di provare a indovinare gli ingredienti. Dopo dieci minuti cercati a percepire qualche profumo in particolare, l’ho mangiato fidandomi alla cieca, senza avere minimamente idea di cosa si trattasse. Il giorno dopo ho scoperto che era anguria: buccia, polpa e parte bianca esterna elaborate in tre consistenze diverse. Questa storia mi ha coinvolto e divertita, come molte altre quella sera. Ognuno presentava una sua particolarità nella cucina e nella presentazione. E senza alcun tipo di arroganza, ogni tanto tipica dei bravi chef.

In questa serata di inizio estate, in una location speciale, qualcosa ha iniziato a fermentare. Un modo diverso di vivere la ristorazione, spesso considerata solo un ambito commerciale e una fonte di guadagno. Quello che, una volta, si barcamenava dalla cucina al bancone, alla sala, con lo scopo di far sentire a casa i propri ospiti, oggi è una figura rara. Certo è che, anche se sei una stella Michelin, un pizzico di spirito da oste lo devi avere e io, quella sera, l’ho riconosciuto in tutti gli chef. Anzi, cuochi.


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