L’oste è come il prete ascolta e ristora le anime in pena

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L’oste ha un ruolo sociale importante, che sta scomparendo con i nuovi format di vinerie e wine bar. Nei paesi di provincia ritroviamo ancora vecchie osterie con arredi di tempi ormai andati che infondono un piacere rassicurante già dai primi odori che ci arrivano varcando la porta.

C’è chi ha impostato il suo locale proprio sull’idea delle osterie di quartiere o dei piccoli centri di provincia, dove si va per mangiare piatti rassicuranti, tradizionali, per lasciarsi servire un buon vino insieme a quattro chiacchiere di pancia. L’oste in questione è Mario Lombardi, la sua osteria si chiama Cap’alice dove da cinque anni conduco Storie di Vini e Vigne ospitando produttori da tutta Italia – un bel successo. È a Napoli, in via Bausan, la stradina che scende verso il mare da via Filangieri.

Ritornando a Mario, ogni volta che vado da lui osservo come si muove tra le tante bottiglie, gli oggetti accumulati nel tempo, i suo cd musicali, le cassette di legno, i piccoli tavoli decorati con i tappi di sughero. E poi scruto con curiosità la moltitudine di clienti che entrando cerca immediatamente con lo sguardo la sua presenza.

Mario che dici il Napoli vince questa partita? Marittiello, ma secondo te De Laurentis lo piglia un giocatore forte questo campionato? Il calcio ovviamente è l’argomento più battuto sul quale si riescono ad allungare con facilità le chiacchiere e i bicchieri di vino.

Chi torna con assiduità lo fa anche perché sa che Mario è pronto ad ascoltare, a fare una battuta leggera per sdrammatizzare i crucci del momento, a cercare di portare leggerezza al peso delle difficoltà, a mitigare la tristezza, spingendo sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno. I suoi ospiti amano venire da lui, lasciarsi consigliare non solo la bottiglia da stappare, ma anche come affrontare questo o quello, quale sia la scelta più giusta, come sciogliere gli indugi. Già, e qui ci vorrebbe un miracolo! Insomma a Cap’alice l’oste è come il prete, accoglie senza giudicare, mette in relazione tra loro le persone anche se non si conoscono, ascolta con coscienza, legge tra le parole non dette, coglie il senso profondo dello sguardo, ristora le anime inquiete. E alla fine non ci sono penitenze o lunghe preghiere, ma una sequenza di gesti lentamente cadenzati, sempre gli stessi: lo stappo della bottiglia, lo scorrere lento del vino nel bicchiere, lo sguardo che carpisce la luce attraverso il vino, il naso ne coglie gli umori, la bocca lo beve e lo assapora insieme all’essenza di questo luogo apparentemente semplice.

Ad avercene di Cap’alice e di un oste come Mario vicino casa – sarebbe una bella fortuna.

Ehi! Taverniere… mondo reo non c’è più virtù.


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