L’importanza di non capire niente

plazio

Ci sono articoli o libri che ci fanno viaggiare nel tempo e nello spazio. Sono quei rari momenti che fanno uscire dal proprio intimo delle immagini, delle storie, sopiti oppure ai quali non avevi dato peso fino a che non trovi qualcuno che in pochi tratti di penna (si usa ancora?) ti illumina e li riporta alla superficie. Mi è successo con un articolo pubblicato da Internazionale 1368 del 24 luglio scorso. Si intitola “Un’esperienza romantica” ed è scritto da Tobias Haberl. Riporto un brano che mi ha suscitato una qualche emozione:

“Da ragazzo la cosa che mi piaceva di più delle vacanze con i miei genitori era che non capivo niente. Accendevo la tv in albergo e mi emozionava vedere le immagini senza capire una parola di quello che sentivo: l’impossibilità di comprendere mi faceva realizzare cosa significasse essere lontani da casa. Col senno di poi, credo che quella distanza non abbia generato un senso di impotenza, ma una vigile presenza, rispetto e curiosità. C’era da tenere ben aperti occhi e orecchie, c’era qualcosa di nuovo da scoprire. E non fa male a nessuno dover aspettare ogni tanto e osservare, invece di sentirsi sovrani e fiduciosi e sapere già come andranno le cose”.

Sono tornato a pensare ai primi viaggi a Londra o in Francia, a vedermi in stanze di albergo nelle quali accendevo il televisore per vedere i notiziari che regolarmente non riuscivo a comprendere se non in minima parte. Eppure il senso della scoperta, del mistero che in un certo senso avvolgevano questi primi viaggi mi è rimasto dentro. Oggi è tutto più prevedibile, abbiamo pianificato tutto fino ai minimi particolari, non vogliamo correre rischi. Non ce la facciamo più a perderci. Rimpiango per molti versi quell’incertezza e quella voglia di scoprire che appartiene a un momento della mia vita nel quale tutto era più indefinito.


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