L’en plein della felicità

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Se stai pensando: “Che noia, un altro che parla di felicità”, mi spiace per te.
Io, invece, penso non se ne parli mai abbastanza.
Dovrebbe uscirci dalle orecchie, dovremmo essere così stufi di sentirla nominare da dirci: “Beh, adesso ci provo anch’io”.
Quel provarci farà la differenza.
Ma dovremo essere pazienti, come formichine laboriose che costruiscono la loro casa.
Ecco perché da un po’ di tempo cerco di applicarmi, stando attenta alle cose belle, anche piccole, che accadono e che trasmettono quest’emozione.
Sintonizzo i miei sensi su quelle frequenze e, attraverso un sapore, un profumo, una musica, raggiungo il piacere che ne è la radice.
A volte riesco a volte no, e perciò mi chiedo: perché è così difficile, cos’è  che in me la ostacola?
La prima risposta è: l’abitudine.
L’abitudine a crederla possibile solo in assenza totale di problemi e preoccupazioni.
È come se la felicità fosse legata ad un punteggio: ogni aspetto della vita vale dei punti, e solo con l’en plein mi è concesso raggiungerla.
Ma dove sta scritto? E chi dà i voti?
Allora, solo se il giudice è di manica larga posso essere felice?
E come non bastasse, all’abitudine si aggiungono l’educazione, il carattere, la paura del giudizio altrui…
Quanti ostacoli da superare!
Ma io non mi scoraggio, continuo a provarci ogni giorno e intanto, per agevolare, ho già iniziato ad allargare le maniche e scaldar i muscoli.

L’immagine è della mia amica archietto-pittrice-naturopata Marta Ruzzenente.


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